La condanna politica  arrivata da Cantone

La condanna politica

arrivata da Cantone

Sbaglia chi sostiene che l’ultima lettera dell’Anticorruzione al Comune non sia una sentenza. Se non lo è dal punto di vista del formalismo giuridico, politicamente in quelle quattro pagine è contenuta una condanna senza appello. A Mario Lucini e alla squadra che lui stesso ha scelto per uscire dalle secche in cui il suo predecessore ha gettato il Lungolago, questa città ha concesso più di un’attenuante. E dimostrato una fiducia e una pazienza rari, soprattutto di questi tempi nei confronti dei politici. La richiesta di integrazioni inviata sabato scorso da Raffaele Cantone e dei suoi uomini, però, cambia e non poco le carte in tavola. Basterebbe citare un passaggio della lettera per comprenderne il motivo: «In breve, la situazione che si è venuta così a determinare, assume natura concretamente idonea a influenzare l’esercizio indipendente, imparziale e obiettivo della funzione pubblica rivestita».

A cosa si riferisce l’Anticorruzione? A una circostanza già emersa lo scorso anno, ma con altri toni e non in documenti ufficiali sottoscritti da Autorità - e non solo per via dell’intestazione della lettera - in materia. Pietro Gilardoni, il direttore lavori del cantiere paratie a cui il sindaco Lucini si è affidato per trovare il bandolo della complicata matassa, ha lavorato per un paio di anni come libero professionista per conto di Sacaim, l’azienda che ha in appalto proprio il cantiere per le paratie. E in quell’incarico Gilardoni si è occupato - neppure dirlo - di paratie.

Già lo scorso anno, quando la circostanza era emersa, si era parlato di possibile conflitto d’interessi. Ma il sindaco liquidò la questione come un fastidio insignificante: «Non vedo il problema». Caso chiuso. E invece no.

Perché di conflitto di interessi parla, ora, nientemeno che l’Autorità Antricorruzione. Che scrive: Gilardoni «è stato chiamato a operare atti potenzialmente a favore del medesimo appaltatore per il quale ha svolto un’attività professionale prima di assumere l’incarico di direttore dei lavori».

Se non fossimo in una città in cui tutti conoscono tutti e quei tutti non nutrono alcun dubbio sulla correttezza e del sindaco e dello stesso Gilardoni, da tempo il fascicolo paratie sarebbe già in mano a qualcun altro. E invece Lucini si è ostinato a tirar dritto per la sua strada: «Non vedo il problema».

E il problema, invece, c’è. Perché vista da Roma, dove nessuno sa di che pasta sono fatti Gilardoni e il primo cittadino, la questione di quel conflitto d’interessi è ben più che formale. Perché in gioco ci sono indipendenza, imparzialità, obiettività. Ovvero i fari a cui dovrebbe ispirarsi ogni amministratore.

Le regole esistono non già per creare fastidi da liquidare con un «non vedo il problema», ma perché sottendono principi che, una volta derogati, possono aprire la strada a quel malcostume così tipicamente italiano che relega il nostro Paese nelle retrovie delle classifiche sulla legalità. Perché - anche a non voler pensar male - non tutti sono capaci di restare sempre e comunque sopra le parti. Già questa considerazione sarebbe dovuta bastare a spingere il sindaco a revocare l’incarico al suo direttore lavori: non per un fatto personale, ma perché così prevedono la norma, oltre che il buonsenso e l’opportunità. Il fatto che Lucini non l’abbia capito è, politicamente, un dato a suo modo clamoroso. Soprattutto perché ha per protagonista un amministratore - ma anche un uomo - che ha fatto della trasparenza un cavallo di battaglia.

Per questo motivo la lettera dell’Anac, indipendentemente da come andrà a finire la vicenda, è una sonora bocciatura per il sindaco. Di più: una sentenza che finirà per pesare sul futuro di Lucini e su quello di tutta la città.

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