Giovedì 12 Settembre 2013

La lettera del Papa

Una lezione ai credenti

Una lunga lettera del Papa in prima pagina sul «più laico» quotidiano italiano, su quel quotidiano che non si fa torto a nessuno a definire «il giornale-partito», è cosa stupefacente. Ma solo a patto di non sapere due cose: cos’è la Chiesa e chi è Jorge Mario Bergoglio, Papa Francesco.

Sicuramente c’è la novità del Pontefice che scrive al «padre» dei liberal italiani, giornalista, intellettuale fondatore di un giornale, che non ha mai fatto mistero della sua posizione critica verso la Chiesa istituzione. Bisogna quindi distinguere. C’è, indubbiamente, un’anomalia: la lettera di chi è al vertice dell’istituzione ecclesiastica a «Repubblica». La normalità è invece la lettera di Bergoglio a Scalfari.

Ma quello che dovrebbe essere normale diventa stranezza e così tutta la vicenda appare un paradosso della storia. Qui sta il punto. Perché in Italia è così difficile dibattere normalmente di cose che riguardano la fede, in modo pacato, laico, senza innalzare fortini ideologici dietro cui difendersi? Quando ciò avviene diventa subito un caso. In passato ci siamo stupiti per i colloqui tra molti ecclesiastici e altrettanti laici. Francesco rimette le cose a posto e sbaraglia l’anomalia italiana. A Bergoglio non interessa cosa è «Repubblica», né intende preoccuparsi dell’abito intellettuale che riveste ogni mattina il suo fondatore. Scalfari ha scritto molte volte di cose religiose: da giornalista e intellettuale - filosofo. Non solo è stato spesso critico del cattolicesimo come istituzione, ma ha anche giudicato, talora con biasimo, la fede dei cattolici e il loro modo di viverla e di pensarla nel mondo contemporaneo. Qualche anno fa in un editoriale sosteneva la tesi che Ratzinger e Wojtyla hanno distrutto lo spirito del Concilio e cancellato i pontificati di Roncalli e Montini, utilizzando l’accusa di liberalismo e relativismo per «sconfessare l’intero valore della modernità» da Cartesio a Spinosa, da Kant e Freud ad Einstein fino alla fisica quantistica. Si può dialogare con un’intelligenza così?

Bergoglio, insensibile a chi sicuramente gli avrà consigliato di non farlo, ha deciso che sì, si può: anzi, si deve. Stranezza del Papa? No, normalità del Vangelo. Nella lunga lettera al fondatore di «Repubblica» si vede con chiarezza assoluta chi è questo gesuita argentino, eletto Papa. Intanto è uno che parla e quindi oggi telefona, twitta con uomini e donne che lo interrogano, parlando degli argomenti sui quali è sollecitato. Dunque, se Scalfari lo incalza sulla verità lui risponde. Lo fa con tutti, secondo appropriatezza. Se molti non credenti hanno manifestato stupore, meraviglia, curiosità per passare poi all’ammirazione (come ha fatto Scalfari con quel «lunga vita a Papa Francesco» nell’articolo del 7 agosto) non ci si deve assolutamente stupire. Potremmo magari sorridere bonariamente perché spesso i non credenti ignorano che la laicità è compatibile con la fede e la libertà di coscienza con il principio di autorità, come scrive il Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes. Più imbarazzante, invece, se a meravigliarsi delle parole e dei gesti di Papa Francesco sono i cattolici e l’istituzione ecclesiastica. Significa che qualcosa non va, che i credenti hanno circondato il messaggio di Gesù di lontananza dalla vita reale e hanno messo a dormire il Vangelo, rendendolo nemico della libertà di coscienza e maldisposto verso il pensiero. La lettera del Francesco a Scalfari è prima tutto un insegnamento ai credenti. Non è strategia per tirare dalla sua parte un uomo di pensiero laico che dice chiaramente come la pensa. Né è tattica per entrare nelle grazie di «Repubblica», così almeno la smette di attaccare la Chiesa su Imu o matrimonio gay. L’orizzonte di Francesco si rintraccia dove spiega cosa è la verità, usando concetti di moto, la verità come ricerca, il cammino della fede, la ricerca cosciente di un’azione che non avrà mai fine, pur essendo la verità non variabile e non soggettiva.

L’orizzonte di Papa Francesco non è quello dello scontro delle identità, ma della relazione tra le identità. C’è una frase che lo indica: «Il credente non è arrogante, ma umile». Se ci stupiamo di tutto ciò, forse dovremmo fare un tagliando alla nostra fede.

Alberto Bobbio

© riproduzione riservata