La scuola riprenda
a discutere di regole

Che la scuola italiana soffra di un malessere generalizzato, a più livelli, non è certo un novità e la storia di Pusiano, un dissidio tra insegnante e genitore, finita davanti al giudice, ne è solo una delle tante conferme. Non ha importanza entrare nel merito della vicenda raccontata dalla cronaca, che appare piuttosto complessa. Certamente il ricorso al tribunale è un segno dei disagi che le istituzioni scolastiche italiane devono affrontare quotidianamente e senz’altro conferma quanto la tanto sbandierata “buona scuola” renziana sia stata, se non un’utopia, senz’altro una prospettiva d’intenti che non ha trovato riscontri nell’ambito della realtà quotidiana. E non stiamo parlando di un’esperienza superata, ma di un “ieri” assai prossimo che prometteva un cambiamento radicale e una risoluzione drastica degli annosi problemi riguardanti una scuola che da decenni è in balia di riforme “burocratiche”, ma che poi non riesce più ad essere solida e solidale sul piano del tessuto educativo, già messo in crisi dalla precarietà generalizzata dell’intero Paese e da una sostanziale frammentarietà nel riconoscimento delle regole, dei ruoli, delle competenze individuali.

Quella scuola che ci era stata promessa, avrebbe di colpo cambiato il suo volto, diventando “buona” per effetto di alcuni decreti legislativi, è rimasta la stessa, da sola ad affrontare tutte le problematiche, e sono davvero tante e tutte prioritarie, in primis quelle di un cambiamento nella percezione della qualifica dei ruoli educativi, prima ancora che organizzativi. La costruzione dei progetti educativi rischia a volte le derive estreme, quando le situazioni non riescono più ad essere gestibili e dove il dialogo tra i soggetti che devono educare viene a mancare.

La scuola veramente “buona” si è sempre costruita sui patti educativi tra l’istituzione scolastica, gli insegnanti, i genitori e i ragazzi stessi, richiedendo il “rispetto” e la “responsabilità” di ciascun soggetto nei confronti dell’altro. Non basta aggiungere l’aggettivo “buona” per risolvere le problematiche: è necessario creare occasioni, strumenti, possibilità che mettano in grado di ritornare a praticare la difficile “arte del dialogo”, che presuppone la messa in discussione, il chiarimento e non certo l’irrigidimento sulle proprie posizioni, creando il dissidio e la confusione educativa, contrapponendo i due soggetti, l’insegnante che sbaglia sempre da una parte e il genitore che ha sempre ragione dall’altra. O viceversa.

Il caso dell’Istituto comprensivo di Pusiano non è isolato e sarebbe sbagliato creare intorno ad esso troppo clamore. Ogni scuola affronta situazioni più o meno simili, però in un ritmo più crescente negli ultimi anni. È necessario invece che la scuola riprenda a discutere sulle regole della convivenza, per aiutare realmente i ragazzi a crescere e a costruire un proprio senso di responsabilità, regole che devono essere vissute innanzitutto dagli educatori: gli insegnanti hanno bisogno dei genitori per svolgere il loro lavoro e i genitori di riflesso ricevono dagli insegnanti un importante aiuto nell’azione di crescita dei loro figli. La sfida reciproca non porta da nessuna parte, anzi il dissidio va risolto sul nascere, per far sì che la scuola e chi la frequenta non rischi sempre di essere, per un motivo o per l’altro, sull’orlo di una crisi di nervi.

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