Lavoro e salari
La lezione svizzera

Volete guadagnare 4.700 franchi lordi al mese (circa 3.300 euro netti), qualunque lavoro voi facciate? No.
Fine, di salario minimo da Paese ricco per un po’ in Svizzera non se ne parlerà più. La proposta di Unione sindacale e partiti di sinistra è stata bocciata con un abbondante 76% di consensi in tutti e 26 i Cantoni. Quindi oltre confine le imprese continueranno a trattare la retribuzione o con le parti sociali o con i diretti interessati, senza contratti nazionali e senza che vi sia una soglia minima sotto la quale nessuna azienda avrebbe potuto scendere, sia a Nord che a Sud della Confederazione.

Ancora una volta i veloci e pratici referendum elvetici stupiscono gli italiani costretti a sognare per gli 80 euro in più che arriveranno in busta paga (non a tutti, beninteso). Come quando qualche anno fa gli elettori dissero di no anche a una riduzione delle tasse. Cose da non credere, guardando da questa parte del confine. Eppure sono in questi quesiti che si misura la vera distanza che separa Ponte Chiasso da Chiasso, la capacità che hanno i cittadini elvetici di andare in cabina elettorale e dire la loro senza farsi influenzare dalla “pancia”, ma ragionando sui pro e i contro. Così è andata questa volta per quanto possa risultare sorprendente ai nostri occhi: quella proposta di istituire il salario minimo più alto al mondo seppure in uno dei Paesi più ricchi del pianeta, pensata come strumento di equità e correttivo per gli abusi che portano a notevoli differenziazioni nei diversi Cantoni, aveva anche un lato negativo che rischiava di ricadere ancora sui più deboli tra i lavoratori. In questo caso i frontalieri italiani. Il salario minimo di 4 mila franchi netti sarebbe stato pesante per molte imprese, in particolare quelle nel Canton Ticino e a quel punto per molte di queste sarebbe stato conveniente espatriare verso Est. Con il risultato che i primi a perdere il lavoro sarebbero stati proprio gli italiani, poco amati dai disoccupati locali per le loro professionalità ma quanto mai “interessanti” - sotto il profilo salariale - per i datori di lavoro.

Ma a determinare la sconfitta sono stati un paio di fattori che forse passano in secondo piano agli occhi degli italiani: che alla fine a percepire i 4 mila franchi sarebbe stato quel 9% di occupati che sono sotto quella soglia. Il Paese insomma è ricco - e meno tassato - nella sua grande maggioranza (il reddito medio è più del doppio di quello italiano) e quel principio di equità imposta non ha sfondato. Ma soprattutto - come ha messo in risalto Michele Brambilla su La Stampa nel suo “viaggio” nella Confederazione al vigilia del voto - il salario minimo sarebbe stata la classica decisione calata dall’alto, dallo Stato contro una tradizione di flessibilità basata su un patto sociale tra chi lavora e chi offre lavoro. Altro pianeta per noi che siamo alle prese ancora con chi rimpiange la contingenza o vede la possibilità di derogare dal principio del contratto nazionale come un attentato alla democrazia. E’ vero che a parità di lavoro ci sono italiani che prendono 3 mila franchi al mese mentre gli svizzeri ne percepiscono 6 mila, ma lo strumento del salario minimo non avrebbe agito da equalizzatore, bensì avrebbe fatto saltare accordi e relativa flessibilità concordata. Ecco la differenza, la distanza siderale fra noi e loro, nella loro capacità di andare oltre l’interesse personale e preoccuparsi della comunità, dei suoi bilanci. A questo proposito, sempre ieri, mentre noi siamo ancora qui a dibattere sugli F35, la maggioranza degli svizzeri ha bocciato il quesito che consentiva l’acquisto dei 22 arerei da combattimento Gripen che costavano 3,1 miliardi di franchi. Sì, decisamente, a Chiasso comincia un altro mondo.

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