L’Europa nervosa
aiuta il premier

L’irrituale scambio di battute tra il presidente della commissione Ue e il governo italiano è la spia di qualcosa di profondo che non funziona a Bruxelles.

Jean Claude Juncker, rivolto a Matteo Renzi, ha avvertito la necessità di spiegare che non è il capo di una banda di burocrati: se li avesse dovuti ascoltare, spiega, il giudizio sulla manovra economica del nostro Paese avrebbe dovuto essere molto più severo. Il che significa ammettere implicitamente che le resistenze dell’apparato alla politica restano intatte.L’esecutivo, con il sottosegretario Gozi, ha replicato che, se è davvero così, Juncker non ascolterà i funzionari dell’ euroburocrazia e sbloccherà subito i 300 miliardi promessi per i nuovi investimenti.

Che cosa maschera questo duello a distanza? Il focus più preoccupante dello scenario Ue: la frenata della Germania che quest’anno crescerà molto meno del previsto e che, soprattutto, continuerà a rallentare anche nel 2015. Ciò offre ai socialisti europei, guidati per l’appunto dal Rottamatore, la formidabile arma di contestare con i numeri la strategia economica dei falchi eterodiretti da Berlino e di chiedere la fine dell’austerity e un’inversione della direzione di marcia.

In un certo senso Juncker ha tentato di giocare d’anticipo chiedendo rispetto per la commissione e il consiglio Ue che, a suo dire, non creano problemi ma li risolvono: un’affermazione smentita dai fatti visti i catastrofici risultati degli ultimi anni di governo. Naturalmente Bruxelles addebita tutte le colpe alle mancate riforme strutturali dei vari Paesi.

Il braccio di ferro in atto spiega l’intenzione di Renzi di approvare il prima possibile il Jobs Act, la riforma della giustizia e quella delle istituzioni. Si tratta di presentarsi in Europa con un’agenda in fase avanzata di realizzazione, in modo da scardinare le resistenze dei fautori dell’austerity: in altri termini «l’Italia se la sta giocando» per usare le parole del presidente del Consiglio, nient’affatto impressionato dalle parole di Juncker.

Si vedrà quali saranno gli sviluppi diplomatici dello scontro ma intanto si può osservare che la sinistra del Pd ha difficoltà a non sostenere l’uomo che in fondo incarna in questo momento la richieste di flessibilità sempre avanzate a Bruxelles. E analoga difficoltà la incontra Forza Italia, storicamente nemica della “euroburocrazia”.

E’ su questo sfondo che crescono gli interrogativi sul futuro del Patto del Nazareno. Renzi aveva stretto un accordo con il Cavaliere nel presupposto che rappresentasse sempre il fulcro del centrodestra. Ma, come dice Matteo Salvini, il mondo cambia e adesso è il segretario della Lega a lanciare una sorta di predellino allo rovescia: a candidarsi cioè alla guida dell’ area moderata e conservatrice sulla base di una piattaforma politica destinata a richiamare delusi e astensionisti (flat tax, no a questa Ue, no ai clandestini, tutela della famiglia).

I sondaggi lo premiano a differenza del movimento azzurro in emorragia di consensi. Se la tendenza dovesse proseguire, l’impressione è che tutto potrebbe tornare in alto mare.

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