Mafia capitale

Partiti senza anticorpi

La vicenda di queste ultime settimane, che ha per oggetto la diffusa penetrazione mafiosa nel Comune di Roma, andrebbe esaminata in un quadro più ampio che finisce inevitabilmente per sollevare qualche interrogativo. Ad esempio, si può giustificare la condotta delle istituzioni, centrali o periferiche, di negoziare con le organizzazioni criminali? La storia italiana è intessuta di episodi che inducono a pensare ad una sorta di riconoscimento, da parte dello Stato, di quelle entità che hanno esercitato un potere parallelo a quello statale. Per citarne alcuni, il 7 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi entrò trionfante a Napoli accompagnato dai guappi di don Liborio Romano; il ministro Vittorio Emanuele Orlando non esitò ad elogiare pubblicamente la mafia; il “prefetto di ferro” Mori, inviato da Mussolini in Sicilia per combattere la mafia, venne rimosso a causa della sua eccessiva intraprendenza. Anche l’Italia repubblicana ha conosciuto gravi episodi di contiguità tra Stato e criminalità (ad esempio, il caso Cirillo). Negli ultimi tempi le cronache hanno dedicato ampio spazio alle presunte rivelazioni del pentito Brusca e di Ciancimino jr secondo cui, negli anni Ottanta, sarebbe intercorsa una trattativa tra Stato italiano e mafia corleonese per porre termine alla stagione di sangue voluta da Riina e culminata con l’uccisione di Falcone e Borsellino.

Bisognerebbe, pertanto, ammettere che ogni negoziato con le organizzazioni criminali (anche quello condotto con i fini più nobili) finisce per condurre fatalmente alla loro legittimazione. Politica e ragion di Stato non dovrebbero mai avere il sopravvento sulla legalità che dovrebbe rappresentare indefettibilmente il limite invalicabile posto allo Stato nel rapporto con tutte le tipologie criminose che germogliano al suo interno. In quest’ottica, ogni “vulnus” a tale principio, di fatto, finisce per svilirlo. Questo, sul piano teorico: ma in pratica? La democrazia resta un sistema perfettibile, ma pur sempre imperfetto, in quanto ogni forma di potere ha i suoi recessi impenetrabili (gli “arcana imperii”): nella piramide del potere esiste, ed esiterà sempre, un livello che resterà per sempre inaccessibile al cittadino. Tornando alla vicenda di “Mafia capitale”, da più parti si invoca il commissariamento del Comune di Roma ma andrebbe rammentato che la legge del 1991 (n.221) attribuisce al ministero dell’Interno il potere di sciogliere i Comuni in modo del tutto autonomo e svincolato dalle indagini della magistratura le cui lungaggini impedirebbero un immediato provvedimento sanzionatorio. La verità è che questa legge fa acqua da tutte le parti perchè è inficiata da una grave discrezionalità di matrice marcatamente politica. Ogni partito, infatti, tende a fare quadrato e proteggere i propri esponenti locali implicati nel malaffare. Non è un caso, ad esempio, che siano sempre i governi tecnici quelli più risoluti nel decretare lo scioglimento dei Consigli comunali in odore di infiltrazione mafiosa. Il problema, pertanto, resta quello di un corpo sociale privo di quelli anticorpi che dovrebbero essere assicurati dai partiti, luogo di selezione del ceto politico. Dalla riforma dei partiti passa la bonifica del nostro paese: ogni altra scorciatoia rischia di essere un rimedio peggiore del male.


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