Nord e Virzì: questo

è un Paese di pulcinella

In una pagina memorabile, Benedetto Croce ricordava che l’artista “è” la sua opera. Non importano i dati biografici, l’appartenenza politica, il credo religioso, i riferimenti storico-culturali, i vizi, le virtù, le affinità, le idiosincrasie, il phisique du rôle, la capigliatura con la cresta o la frangetta e tutto il resto che contraddistingue la persona che crea. Tutto irrilevante. Tutto superfluo. Tutto privo di significato. L’unica cosa che conti è l’opera in sé, il suo valore, la sua profondità, il suo messaggio universale, capace di far vibrare le corde della sensibilità e di cogliere i gangli della memoria condivisa. La sua autonomia rispetto a tutto il resto.

Ora, il paradosso è che Croce fosse italiano e, infatti, un pensiero così puramente liberale non aveva alcuna possibilità di emergere in un paese di ideologie e dietrologie come il nostro. Tanto è vero che la parola liberalismo in bocca a un anglosassone fa pensare ad austeri statisti con i baffi, la bombetta e il volto corrucciato, da noi, invece, ad ex pianisti da crociera che a proposito di liberalizzazioni ci hanno regalato risate degne di un cinepanettone. Quasi quanto quelle ispirate dal termine socialdemocrazia, che in Italia, nella sua accezione più spassosa, fa tornare in mente gli indimenticabili Longo, Cariglia e Nicolazzi o, in alternativa, i polverosissimi funzionari dell’era D’Alema e Veltroni.

In un panorama del genere era ovvio che anche la polemica sul nuovo film di Paolo Virzì scivolasse subito nel grottesco e nello strapaese, vera specialità della casa. Alla quale peraltro hanno contribuito tutti quanti, Virzì compreso. Il regista toscano, nell’intervista a Repubblica che ha dato il via al tormentone, si è lasciato andare a un paio di affermazioni davvero superficiali sul degrado culturale del Nord, che è vero in parte ma anche fuori dalla realtà dall’altra, un po’ come se tutti i napoletani andassero a spasso con il mandolino o i romani ingurgitassero rigatoni alla pajata mattina e sera. Ma da lì in poi è partito il delirio. Secondo il consueto canovaccio. Da destra ire funeste e maledizioni apocalittiche sulla solita sinistra al caviale che disprezza i lavoratori autonomi e l’etica dell’intrapresa e contro gli intellettualoidi spesati dallo Stato che schifano i ceti produttivi e sanno solo insultare il popolo bue dalle terrazze della Roma marcia e corrotta che il signor Virzì venisse qui da noi a vedere come ci si rimbocca le maniche mentre lui passa le estati stravaccato a Capalbio etc etc etc. Dall’altra parte, evvai con la filastrocca sui nordisti con l’anello al naso, analfabeti di andata e ritorno che hanno distrutto uno degli angoli più belli d’Italia con i loro capannoni e il loro eternit e le loro villette e i loro Suv da ceti medi menefreghisti e tutti quanti evasori fiscali e arrivisti e sfruttatori del povero proletariato umiliato e offeso e bla bla bla. E tutto questo, attenzione, prima che il film uscisse nei cinema e quindi senza che nessuno lo avesse ancora visto. Perché dell’oggetto del contendere non importa a nessuno. Questo è il punto. Il punto maledetto su cui si arrovella da tremila anni la nostra repubblica dei vicerè. La discussione non è mai laica e stretta attorno ai contenuti, ma sempre tendenziosa e finalizzata ad altri scopi. Film, romanzi, ricette per l’astice alla catalana, baci alla francese, rigori al novantesimo, psicologia e attitudini dei gorilla del Virunga? Non importa. Ogni appiglio serve solo a riproporre sotto nuova veste il canovaccio guelfi-ghibellini da commedia all’italiana.

Nel suo piccolo, questo giornale ha dato risalto alle parole di Virzì e solo su queste ha costruito un dibattito che riteniamo corretto ed esaustivo ma senza altre finalità, attendendo che il film uscisse nelle sale. E per scoprire che, ma guarda un po’, non parla per niente né della Brianza né di altre realtà dei nostri territori, perché i mostri che lo popolano sono legati a un ambiente finanziario-criminale tutto milanese e per niente identificabile con il tessuto produttivo brianzolo. Fine.

Da qui discendono alcune semplici considerazioni. Innanzitutto, Virzì è un bravo regista. Certo, non è Scorsese o De Sica (Vittorio), ma un autore che con una indubbia capacità di visione coglie le pulsioni di una società in crisi di identità e di prospettive. Poi, è sbagliato classificarlo come un esponente della sinistra salottiera. Lui è piuttosto un esponente della “sinistra-sinistra”, tanto è vero che i suoi ritratti più velenosi sono dedicati a quel tipo di sinistra lì: lo studente figlio di papà che gioca al rivoluzionario in “Ovosodo”, il celebre poeta antagonista che fa comunella con il deputato di An in “Caterina va in città”, il sindacalista fanfarone che non capisce nulla del nuovo schiavismo giovanile in “Tutta la vita davanti”. È quello il vero nemico di Virzì - nella migliore tradizione comunista - non la destra. E allo stesso modo fa veramente pena l’analisi sociologica di alcuni maestri di pensiero del Pd che parlano del nord come di una tundra abitata solo da baluba cocainomani. D’altronde, da gente che non ha mai capito niente delle origini profonde del craxismo, del leghismo e del berlusconismo non c’era da aspettarsi niente di meglio.

Rimane quindi una sola piccola difesa per non farci sommergere dalla fuffa. Non importa se quell’autore la pensa come noi. Importa con quale genialità ci offre la sua visione del mondo. Quale che sia. Ken Loach è un regista marxista, ma ci ha regalato alcuni film così crudi sui costi terribili della rivoluzione thatcheriana da commuovere anche i liberisti più convinti. Louis-Ferdinand Céline è uno scrittore antisemita eppure la sua opera è uno dei pilastri della letteratura del Novecento. L’arte non è pedagogia, politica o marketing. È arte oppure non lo è. Stiamo stretti attorno a questo principio se vogliamo capirci qualcosa. Anche se sarebbe più facile farlo se questo fosse il paese di Croce e non quello di Pulcinella.

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