Quei bimbi rapiti  dall’odio dei padri

Quei bimbi rapiti

dall’odio dei padri

C’è un’immagine simbolo nell’inchiesta che ha portato all’arresto di sei persone accusate di terrorismo. E’ la fotografia che ritrae quattro bambini. I volti oscurati, indossano una tuta militare e l’indice di una mano rivolta al cielo in un atteggiamento che simboleggia l’esaltazione del martirio. Sono i tre figli della coppia di Bulciago che oggi vive nel Califfato, il quarto è il figlio di Oussama Khachia operaio trentenne che sarebbe morto in Siria, dopo essersi uniti all’Isis. In questa immagine choccante l’estremismo islamico mostra tutta la sua disumanità. Che ne sanno quei bambini di martirio, di morte? Cosa avranno capito di un destino che li ha strappati dalla loro vita per portarli in una terra dove impareranno dal padre e dalla madre, che si può odiare fino ad uccidere? Eppure è così che cresce e si alimenta il terrorismo. Soltanto annullando la propria umanità si può diventare così ciechi da non conoscere più la pietà e desiderare soltanto la morte di altri uomini.

Per capirlo basta leggere le lunghe pagine dell’ordinanza che ha portato ai sei arresti, le interminabili intercettazioni telefoniche nelle quali i protagonisti di questa commedia dell’orrore parlano dei propri destini. Per “mantenere i contatti” con la figlia, la madre di Alice Brignoli che oggi si trova in territorio iracheno a combattere per l’Isis, pone una sola condizione: “convertiti all’Islam”. L’ha raccontato la donna agli investigatori, perché era stata lei stessa a denunciare la scomparsa della figlia. E’ il racconto di un lungo cammino di dolore; un cammino dentro al quale quella ragazza pian piano si è allontanata da lei, fino ad escluderla dalla sua vita, fino a costringerla a chiedere l’autorizzazione per recarsi a casa sua. Fino a quella telefonata nella quale la figlia raccontava della sua nuova vita e la invitava a raggiungerla: «Per noi è importante essere qui, possiamo vivere veramente l’Islam. Questa è la vera libertà non l’illusione in cui vivevamo. Qui ho tante sorelle con cui stare. Sorelle venute da tutto il mondo».

Tutto questo nasce nelle nostre città, nei nostri paesi, coinvolge persone che abbiamo conosciuto. Gente che ritenevamo pacifica, che magari non ha mai dato segni di insofferenza. E’ come un virus che pian piano uccide il cuore, lo indurisce fino a scegliere di cancellare la propria vita, i propri affetti, per consegnarsi ad un’illusione che genera odio e morte. Fino a strappare i propri figli dalle loro innocenti certezze, mettergli addosso una tuta mimetica ed insegnargli a desiderare il martirio.

Tutto questo non può non inquietarci, non può lasciarci indifferenti. Quest’ultima inchiesta dimostra che ci troviamo di fronte ad un pericolo reale. Per la prima volta in assoluto l’Isis ordina direttamente a persone che vivono in Italia di colpire, indicando con precisione gli obiettivi. «Fare questo bene lì nei paesi dei cristiani a Roma, in Italia>. In questo messaggio audio inviato su WathsApp uno “sceicco” dell’Isis ordina ad Abderrahim Moutaharrik di compiere attentati a Roma. «Un’unica operazione – scandisce lo sceicco- ci soddisfa di più di decine di bombe. Grazie a Dio abbiamo sentito l’operazione che è stata fatta in Francia, benedetta da Dio. Quello che sta per accadere è peggio, non hanno ancora visto niente».

A che punto era questo progetto di morte? Gli inquirenti sono convinti che fosse di più di un’intenzione confidata su WtahsApp. Le indagini lo chiariranno meglio, ma c’è qualcosa che deve preoccupare e rispetto alla quale non si può restare inermi. La campagna di proselitismo dell’estremismo islamico viaggia quotidianamente sui social. Si calcola che siano almeno 300 le persone che su Twitter fanno comunicazione per l’Isis, alimentando la piattaforma con continuità per fare proseliti e alimentare paura, insicurezza e comportamenti irrazionali in Occidente. Ci sono poi centinaia di siti Internet, stampa e riviste on line. Le banlieue possono facilmente diventare i luoghi dove si alimenta il disagio, il malessere, l’insofferenza. I messaggi dell’Isis possono avere una forza d’impatto straordinaria che rischia, in maniera illusoria, di dare identità a chi se ne sente defraudato. L’inchiesta e gli arresti di ieri rappresentano una drammatica conferma.


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