Renzi dia speranze

non regali illusioni

Ormai è ufficiale, siamo definitivamente entrati nell’era del post-berlusconismo, ovvero, nella consacrazione della “svolta” dadaista della politica italiana. Un altro illusionista, ciclonico e debordante quanto il Cavaliere, è destinato a calcare la scena utilizzando non solo gli stessi clichè, tecnicamente più evoluti e raffinati, ma anche quella finanza creativa che ha portato il paese sull’orlo della bancarotta.

Sono tanti i misteri che si celano dietro questo gaio populismo che nasce dalla singolare commistione di due paradigmi: da una parte Mike Bongiorno e Giorgio Mastrota e dall’altra Tony Blair e Barack Obama. In più occasioni Matteo Renzi ha dichiarato che il giorno in cui lascerà la politica, gli piacerebbe fare il conduttore televisivo. Bene, lo sta già facendo. Non osiamo pensare cosa dicano i partners europei davanti a questa nuova versione di “arcitaliano” che, con spocchiosa baldanza, mostra una stupefacente faciloneria davanti alla situazione drammatica in cui versa il paese. Stiamo sperimentando, con Renzi, la “patafisica” applicata alla politica, una sorta di riedizione “up to date” dell’immaginazione al potere. La Grande Rivoluzione di Renzi si fonda, infatti, sui tagli previsti da una “spending review” che, disegnata da Cottarelli, dovrà poi essere portata a compimento. Il premier finge di ignorare le inevitabili resistenze che dovrà arginare per realizzare quella sforbiciata di 32 miliardi che rischia di restare solo virtuale. Ma, purtroppo, non finiscono qui le fole che il premier ama vezzosamente raccontare. La nota riduzione delle tasse, che dovrebbe consentire di raccattare i dieci miliardi da distribuire ai lavoratori dipendenti, non consentirà di rientrare dal debito per cui, giocoforza, il premier dovrà sperare sul semestre italiano di presidenza Ue per ottenere la deroga al famigerato 3% del rapporto deficit/pil.

Nel frattempo, Renzi ha già reso noto come ricaverà gli 80 euro da distribuire ai lavoratori dipendenti: poiché attualmente il rapporto deficit-pil del nostro paese è del 2,6%, il margine dello 0,4% potrà essere utilizzato per ridurre il prelievo fiscale (lo 0,1 equivarrebbe, secondo le stime del governo, a 1,6 miliardi). Nulla si dice, quindi, sulle modalità di rientro dal disavanzo per cui risulta chiaro che il premier intende governare col debito così come è avvenuto negli anni dell’allegro consociativismo democristiano e del rutilante ventennio berlusconiano.

Lo show pirotecnico che ha mandato in solluchero tanti solerti opinionisti in livrea, non può nascondere questa amara verità: la crescita non può essere rilanciata attraverso un misero obolo lanciato, per sovrammercato, solo ad una parte del paese visto che ne sono esclusi i pensionati (17 milioni di italiani), i disoccupati, i cassintegrati nonché quel vasto popolo di partite Iva che, travolto dalla crisi, costituisce il nuovo proletariato dei “colletti bianchi”. Matteo Renzi ha certamente dato “zenzero” alla politica italiana riuscendo a collocarsi al centro del sistema politico al posto del Cavaliere. Tuttavia, dovrà imparare ad essere in sintonia con il clima sociale di un paese al quale occorre ridare speranze senza regalare illusioni. Questa, sì, sarebbe una vera svolta.

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