Se il posto pubblico

è a prova di reato

Se il posto pubblico è a prova di reato

Si sa, le vie della giustizia sono infinite. Ma anche tortuose e spesso indecifrabili per chi, come noi, è abituato a credere che dopo la notte arrivi il giorno, senza neppure immaginare che – tra un cavillo ed un’interpretazione- si debba passare per l’alba ed il tramonto.

Per questo, prima di avventurarsi in un giudizio di merito, è doveroso attendere le motivazioni della sentenza. Così, per cercare di capire perché un vigile urbano, licenziato dal suo Comune-datore di lavoro dopo una condanna patteggiata a sei mesi, e sullo sfondo di un torbido ricatto sessuale che pure l’avrebbe visto in una posizione assai defilata, debba essere reintegrato al suo al suo posto da un giudice. E possa tornare, presumibilmente, nello stesso posto, nelle stesse funzioni e magari negli stessi uffici dove si era consumata la triste vicenda che lo aveva portato fin lì.

A noi, uomini della strada abituati ad utilizzare il vocabolario come un’ascia, la domanda viene quasi naturale: ma che cosa bisogna fare in un ente pubblico per essere allontanati dal proprio posto di lavoro? Di qualche colpa ci si deve macchiare per essere privati del posto a tempo più indeterminato che ci sia?

Già, perché il primo pensiero va proprio lì, all’evidente disparità di trattamento che esiste tra chi occupa un posto pubblico – “uno statale”, per dirla tutta – e chi invece ha a che fare con un imprenditore privato. Il quale, secondo vulgata sessantottina, è certo brutto, sporco e cattivo ma qualche paletto deve pur metterlo per quadrare i conti a fine mese.

Non soltanto un pensiero nostro, a onor del vero, visto che come raccontano le cronache di questi giorni, persino il governo sembra essere (finalmente) arrivato alla conclusione che non è bello avere figli e figliastri, soprattutto in tempo di vacche magre.

Non è comunque il caso di scivolare in fraintendimenti. Quell’agente di polizia locale potrebbe avere tutti i diritti del mondo per riavere paletta e fischietto: l’errore formale che ha scritto tante sentenze in questo Paese di Azzeccagarbugli, per esempio. O, magari, il fatto che l’accettazione di una pena non significhi l’automatica assunzione di colpevolezza, come tanti giuristi sarebbero pronti a giurare davanti a qualsiasi giuria e senza neppure arrossire.

Poco importa, naturalmente. Perché il punto non è questo. Posto che non basta un errore, per trasformare Abele in Caino e senza possibilità alcuna di redenzione, si torna sempre lì: come è possibile che un pubblico ufficiale che ha patteggiato una sentenza penale di condanna possa tornare a svolgere le funzioni di dipendente pubblico?

Non sbaglia l’ex sindaco Elio Rimoldi, colui che si era trovato tra capo e collo la denuncia di una automobilista sessualmente ricattata in cambio di una multa da dimenticare in un cassetto, a sostenere che questa sentenza - “inattesa” per usare un eufemismo .- porterà problemi a tutti. Agli amministratori comunali, che - al netto degli stipendi arretrati da corrispondere , perché c’è pure quello- avranno non pochi motivi di imbarazzo per trovargli un posto senza apparire quasi “complici”. Alla cittadinanza che, ignara delle cavillerie assortite di questo Paese, faticherebbe a capire le logiche del diritto. E pure del rovescio. Allo stesso agente di polizia locale che, vogliamo credere, qualche disagio dovrà pur averlo nel varcare la soglia del municipio a distanza di mesi e senza quella sentenza di assoluzione “per non aver commesso il fatto” che avrebbe sbaragliato il campo da ogni illazione e cattiveria.

La soluzione tecnica, probabilmente, si troverà. Ma è l’altra, quella morale, a preoccupare di più. Quella che ci vorrebbe tutti uguali davanti alla legge degli uomini. Ma, se permettete, anche al proprio datore di lavoro.

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#e.galigani

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