Venerdì 18 Luglio 2014

Se la gente comune
scappa dal Comune

A proposito di politica, ci sarebbe qualcosa da mangiare?» Si potrebbe andare a parare lì, alla feroce battutaccia di Totò, che bucava gli schermi quando gli uomini di Tangentopoli non erano ancora nati. Ma non sarebbe giusto. C’è molto di più - e soprattutto molto di diverso - dietro l’incredibile caso di Montorfano dove assessori e consiglieri hanno rassegnato in blocco le dimissioni, a soli tredici mesi dalle elezioni, mandando a casa il sindaco e affidando la gestione del paese alle mani del commissario prefettizio. Nessuna divergenza, a dare per buone le spiegazioni degli uni e degli altri. Soltanto «mancanza di tranquillità e serenità» . In altre parole gli uomini e le donne di “Senso Civico” - e già il nome della lista è un paradosso mica da ridere, a ben pensarci - si sono stancati di trascorrere le loro serate a parlare di Tasi e di Tares, nel tentativo di saccheggiare il salvadanaio svuotato da tasse, tributi e balzelli malamente assortiti. E, alla fine, sono scappati. «Per chiudere in bellezza» hanno chiosato.

Un fenomeno non proprio nuovissimo, almeno in questi ultimi tempi. A Como hanno impiegato mesi – senza riuscirci – per cercare di sostituire un assessore che non ce la faceva più di fronte alle critiche che piovevano da ogni dove. E pure il vice sindaco di Cantù - mica l’ultimo dei consiglieri di Roncofritto, per capirci - aveva mollato tutto, travolto da un “servizio” che in realtà aveva il sapore amaro della missione impossibile, alla quale sacrificare carriera, affetti e pure qualche ulcera.

Insomma, una disaffezione che comincia alle urne – dove il partito di quelli che neppure si presentano è l’unico che vince ad ogni elezione- e continua sui banchi del Consiglio, dove l’ebbrezza del “servizio al bene comune” svanisce con la facilità della neve al sole di fronte alle primissime difficoltà. E restano i problemi, sempre più pressanti, i conti da sistemare senza poterlo fare, i sogni di grandeur che ciascun aspirante amministratore scrive sui “santini” e che finiscono, nella migliore delle ipotesi, in un irrealizzabile “piano triennale delle opere pubbliche”. E poi le cerimonie pubbliche, le mani da stringere, le storie da ascoltare (quasi mai a lieto fine, perché altrimenti verrebbero a raccontartele?), le lunghe serate a parlare del nulla, l’impossibilità – soprattutto per i consiglieri di seconda fascia – di trasformare il proprio voto in qualcosa che non abbia il sapore amaro della pura testimonianza.

Ecco perché, a ben guardare, non è poi così difficile comprendere le ragioni di tanta “stanchezza”. E non vale, nel tentativo di confutare questa tesi, portare ad esempio quei rari casi - sempre Cantù, magari - dove il civismo amministrativo è quasi una religione di Stato.

In ogni caso, per quanto giustificabili possano essere i mal di pancia di una classe politica costretta ad inventarsi tale rimane il fatto che queste sono essenzialmente delle banalissime fughe dalle responsabilità. O forse una metafora, a voler essere tuttologi da quattro soldi, dell’italico vizio di lanciare il sasso nascondendo la mano subito dopo. Più prosaicamente, posto che non l’ha ordinato il medico di fare il consigliere o l’assessore, bisognerebbe entrare nell’ordine di idee di bere la medicina, per quanto amara possa essere. C’è sempre, in seconda battuta, la possibilità di non ricandidarsi.

Altrimenti si finisce per dare ragione a quanti vedono nella vicenda di Monforfano - e di tutti gli altri casi meno eclatanti - la rivincita dei politici-amministratori di professione nei confronti della (supposta) società civile, quella che avrebbe dovuto riportare il cittadino nella stanza dei bottoni e che invece, nello spazio di un ventennio, si è ridotta ad esserne la controfigura. Se non addirittura la caricatura. E senza neppure quella patina di ideologia che serviva, almeno fin quando si arrivava nei pressi del buffet, soltanto per nascondere il disinvolto utilizzo del potere.

Ernesto Galigani

© riproduzione riservata