Smartphone: le scuole
più avanti dei ministri

Ne uccide più lo smartphone della spada. E’ tempo di aggiornare il vecchio proverbio e anche il conto, e l’identikit, dei morti: più che degli studenti nomofobici (termine che designa chi ha paura di disconnettersi dalla rete e, quindi, di staccarsi dal proprio cellulare), la tecnologia questa volta ha fatto strage di commentatori, che non hanno resistito alla tentazione di sparare a zero sull’annuncio, fatto dal ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, di una commissione finalizzata a «costruire le linee guida dell’utilizzo dello smartphone in aula».

Aggiungere un’opinione, alle tante sentite e lette nelle ultime 24 ore, non serve a nulla, ma raccontare un’esperienza forse sì. Quella di chi l’uso “intelligente” del cellulare tra gli studenti lo promuove da dieci anni, esattamente da quando uscirono le precedenti «linee di indirizzo e indicazioni in materia di utilizzo dei “telefoni cellulari”» (tra virgolette nel testo originale, sic, come se fossero una metafora) firmate da un altro ministro, Giuseppe Fioroni, dello stesso partito (il Pd) della Fedeli, ma di opposte tendenze almeno per quanto riguardagli smartphone: lui vietò di portarli in classe, perché degli studenti a Torino avevano videobullizzato un loro compagno disabile, riprendendolo e mettendolo alla berlina su youtube. Se avesse fatto una ricerca un poco più ampia sullo stesso sito, il ministro, e come lui chiunque avesse avuto interesse reale per il tema, avrebbe trovato che già nel 2007, quando la maggior parte dei cellulari facevano riprese scadenti(oggi fanno molto di più ed è giusto interrogarsi su come “sfruttare” positivamente queste potenzialità), diversi ragazzi avevano già colto l’opportunità di usarli per raccontare il mondo attorno e dentro di loro.

Da questa constatazione nacque il concorso “Ciakkare”, promosso da noi de “La Provincia” con altri partner (all’inizio anche l’Ufficio scolastico provinciale, emanazione del ministero stesso, perché, per fortuna, non tutti spengono la libertà di pensiero alla prima circolare che arriva sul computer... o, dieci anni dopo, sullo smarthpone). Originariamente il sottotitolo del concorso era “usa il cellulare con la testa”, poi lo abbiamo cambiato, perché guardando i video che i ragazzi ci mandavano, a un certo punto ci siamo resi conto che non avevano bisogno di una ramanzina, ma, come per qualsiasi altra sfida della vita, poteva invece essere più proficuo uno stimolo a mettersi in gioco.

E in gioco gli studenti comaschi si sono messi. Precisiamo: quelli dai 14 anni in su, perché abbiamo fatto tesoro degli studi medici che dicono che al di sotto di quell’età è molto più salutare, per lo sviluppo del cervello (e, magari, anche del fisico), fare un uso parsimonioso di display di qualsiasi genere. In nove edizioni del concorso i teenager lariani hanno caricato sul sito de “La Provincia” (e dallo scorso anno di BiBazz) circa 800 video ispirati ai temi che ogni anno abbiamo proposto loro. A volte lavori individuali, ma più spesso di gruppo o di classe. Con i ragazzi, che per produrre i “corti” hanno inventato idee, vinto timidezze, scoperto luoghi e persone intorno a loro, si sono messi in gioco anche tanti docenti, che hanno provato ad assegnare compiti da realizzare sottoforma di video, invece che sempre e solo scritti, e a formare piccole “troupe” scolastiche, cercando di scoprire e valorizzare attitudini e talenti di ciascuno.

Abbiamo visto gli uni e gli altri - gli studenti, ma anche i prof - trepidare ed emozionarsi alle premiazioni, quando i video vengono proiettati sul grande schermo di Uci Cinemas. Non diversamente da quello che accade in concorsi che utilizzano forme e strumenti espressivi più classici, come la poesia. Verificato di persona domenica scorsa alla premiazione del Premio Merini, dove peraltro è in crescita la partecipazione delle scolaresche, stimolate da insegnanti che, in più di un caso, sono gli stessi che cercano di avvicinare i loro alunni a un uso attivo e creativo delle tecnologie.Perché la differenza importante, quella che può cambiare la scuola come la vita di chi la frequenta, non è tanto tra chi è pro o contro l’uso degli smartphone in classe, ma tra chi è capace di cogliere le potenzialità dei ragazzi che ha davanti e degli strumenti che hanno in mano, e chi invece sputa sentenze per sentito dire o ripete ogni anno la stessa lezione.


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