Sono prof e nessuno

mi può giudicare

“Nessuno ci può giudicare, nemmeno tu”. Tutto si può dire, tranne che la categoria dei prof di scuola non sia dotata di un certo creativo e ridanciano senso dello spettacolo quando scende in sciopero. Qualche giorno fa, contro l’annunciata riforma della “Buona Scuola”, li abbiamo visti in piazza dipinti, travestiti, pieni di slogan e canterini. Ma il loro vero inno nazionale, quello scritto per loro da Caterina Caselli, non lo abbiamo sentito. Un po’ di pudore, forse. Eppure “nessuno ci può giudicare” è il loro mantra. La riforma promossa dal governo ha almeno un punto tecnicamente, e culturalmente, importante: l’idea di conferire ai presidi e ai direttori delle scuole un “potere” vero, che finora mai hanno avuto. Operativo, economico, di indirizzo. E soprattutto di poter assumere, valutare e premiare (magari pure sanzionare) gli insegnanti delle scuole di cui hanno la responsabilità. Ma ancora di più è un nuovo modello di preside che sia un po’ meno “primus inter pares” per i “colleghi” professori con cui, magari fino a ieri, ha condiviso cattedra e orari. Come osa un preside che fino a ieri è stato uno di noi, che guadagna una manciata di euro più di noi, decidere chi vale e chi no, chi può entrare nella “sua” scuola o meno, e persino decidere l’indirizzo formativo dell’istituto (il fantomatico “Pof”)? E infatti, dopo lo sciopero, il governo ha subito fatto marcia indietro: il preside non avrà tutto quel potere annunciato, le decisioni rimarranno come sempre “collegiali”, il solito tran-tran senza scosse né meritocrazia rimarrà garantito. Brutto segnale.

C’è un bellissimo racconto di Giani Stuparich, scrittore triestino che frequentò la scuola quando ancora si chiamava Imperial Regio Ginnasio, che farebbe un gran bene rileggere oggi: “Tre cose facevano del nostro ginnasio una cosa seria: il corpo insegnante, la buona volontà degli allievi, il sistema. Il corpo insegnante era scelto, perché ogni nuovo professore doveva passare più d’un vaglio, ultimo e decisivo quello di sapersi fondere o meno con lo spirito attivo della scuola”. Ecco, quella era una scuola che funzionava. Poi sono venute la burocrazia, il sindacato onnipotente e il Sessantotto. Quelle figure di autorevoli (e pure autoritarie) di presidi e professori sono svanite nel grigio del funzionariato e nell’irrisione di un ruolo sociale non più riconosciuto, perso nel marasma del “siamo tutti uguali”.

Non è solo la scuola, ovviamente. E’ un modello sociale in cui viviamo immersi. Ci sono manager pubblici che non vogliono farsi misurare sui risultati, giudici che non vogliono rispondere della rilevanza civile dei propri atti, politici che non vogliono rendere i vitalizi malguadagnati. E se arriva un premier che decide, è subito “svolta autoritaria”. Peccato che i cittadini sappiano per esperienza che le cose non stanno così e che – con tutte le tasse che pagano – ciò che è “pubblico” deve essere sentito “mio”, con serietà, da chi ne ha la responsabilità. Succede, a volte: un buon primario d’ospedale fa rigare dritto tutto il reparto, che un buon professore ottiene risultati dai suoi studenti. Un buon infermiere è una benedizione per un malato. Ma il punto resta. E la scuola è l’esempio da cui imparare: dobbiamo sperare soltanto nella buona volontà altrui, o della nostra Italia (pubblica) “qualcuno dovrà giudicare”?


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