«Io, le bombe e la paura del virus  Stavo in casa per non morire»
Arnaldo Anzani, 96 anni, è stato sindaco di Orsenigo dal 1956 al 1964

«Io, le bombe e la paura del virus

Stavo in casa per non morire»

La testimonianza: l’ex sindaco Anzani, prossimo ai 97 anni

«Ho vissuto la guerra e ho visto morti, miseria e paura

Adesso ci dicono di non uscire. Facciamolo e basta»

«Spero di arrivare a 97 anni e questo coronavirus mi fa un po’ paura, ma ai più giovani dico: forza e coraggio, serve solo un po’ di sacrificio».

L’ex sindaco Arnaldo Anzani, che il prossimo 23 maggio compierà 97 anni, offre una bella testimonianza su questi giorni di emergenza per il dilagare del coronavirus e sferza, con il suo tratto sempre gentile e rispettoso, i giovani ad accettare qualche piccolo sacrificio e le norme che vengono proposte dalle autorità.

«È certamente un periodo difficile e la preoccupazione è più che comprensibile, ma accettate qualche piccolo sacrificio: vi assicuro che la guerra, quella vera, è tutta un’altra cosa – commenta – Ora ci viene richiesto di rimanere in casa, ma possiamo comunque uscire per la spesa e per le esigenze urgenti, ovviamente con tutte le precauzioni del caso. Durante la Seconda guerra mondiale le cose erano molto differenti: si doveva stare in casa, ma obbligati all’oscuramento delle finestre e senza luci accese la sera. C’era infatti il rischio che gli aerei potevano bombardarti».

«Ho visto, e chi è della mia età lo sa, il cibo scarseggiare, la fame, la miseria, i morti, la fuga, la prigionia. Sono state esperienze durissime. Quindi a tutti dico: adattatevi un po’ e riguardatevi, come sto facendo io, che a quasi 97 anni sono anche più esposto a questo virus» aggiunge Anzani.

Memoria lucidissima, Anzani ricorda il periodo militare e l’armistizio dell’8 settembre 1943. Fece parte di cosiddetti schiavi di Hitler, gli italiani che vennero fatti prigionieri e deportati in Germania. «I fascisti ci dissero che dovevamo andare a dare una mano alla gloriosa Germania. diventammo manodopera da sfruttare per ogni evenienza – racconta – Ricordo che ci mandavano ovunque, nei vari campi allestiti su tutto il territorio tedesco: Colonia, Stoccarda, Memmingen, Monaco. Avevo un piede malato, che perdeva anche sangue, ma mi toccava lavorare. Momenti che non dimenticherò mai, con la paura di morire da un momento con l’altro».

L’intervista completa su La Provincia di martedì 24 marzo


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