Lunedì 09 Novembre 2009

Carmen "Elettra" si rilassa
e preferisce ler parole

COMO COMO Non si può dire che “Elettra”, il nuovo album di Carmen Consoli, sia particolarmente elettrico. Non si può dire neppure che sia elettrizzante (perdonate gli orribili calembour), tanto suona interlocutorio. Ma bisogna perdonare la “cantantessa” che è reduce da un lungo silenzio, da una pausa di riflessione imposta da uno degli eventi più tragici e stupidi (il suo bassista, Leandro Misuriello, è morto, investito da un pirata della strada, durante il tour del precedente “Eva contro Eva”), e che si è confrontata con una carriera discografica quasi ventennale (le prime tracce risalgono al 1991), al punto di registrare daccapo le parti vocali di “Mediamente isterica”, giudicate da lei stessa imperfette, per ripubblicare una delle opere meno apprezzate. E ricomincia proprio da capo: i più attenti avevano notato il nome di quella che era una timida promessa proveniente dalla stessa scena catanese che aveva lanciato i Denovo di Mario Venuti nella scaletta di un bell’omaggio a un conterraneo intitolato “Battiato non Battiato”. Interpretava “L’animale” e la voce era già inconfondibile. L’anno scorso Franco l’ha chiamata a duettare in “Tutto l’universo obbedisce all’amore” da “Fleurs 2” e il cerchio si chiude qui con “Marie ti amiamo”, firmata da entrambi con l’aiuto di Manlio Sgalambro per il testo.
Quasi una filastrocca popolare con suggestioni arabe e strumenti acustici che sono predominanti per tutte le dieci tracce. La Sicilia è protagonista anche in “‘A finestra”, dove Carmen sceglie il dialetto della sua terra per raccontare la realtà variegata e coloratissima che si scorge non appena ci si affaccia. Anche chi vuole che la Consoli “biascichi un malinconico Modugno” come ai tempi de “L’ultimo bacio” viene accontentato dalla citazione de “La lontananza” (che, come sappiamo, “è come il vento”) tra le pieghe di “Col nome giusto”. Insomma, ci sono diversi cliché, forse nulla di nuovo se non una voce più controllata, priva di quel caratteristico singulto che la caratterizzava ma che la rendeva anche bersaglio di innumerevoli imitazioni.
Colpisce l’atmosfera rilassata, gli amplificatori al minimo, il ritmo appena accennato. Senz’altro l’album più da “chanteuse” e meno da rocker dell’artista. Sempre interessanti i testi, dall’intimismo sofferto (ma non senza ironia) di “Mandaci una cartolina”, in cui è facile leggere una dedica a un amico che non c’è più, alla forza degli elementi che scatenano la “Perturbazione atlantica” e se lì “il meteo informa che quest’anno primavera tarderà”, “Non molto lontano da qui” nevica: le canzoni si richiamano tra di loro.
C’è sesso: quello della prostituta “Elettra”, quello violento e molesto di “Mio zio”, con la scelta di un io narrante per caricare le parole del peso giusto. Ecco: è un disco di parole più che di musica. Non mancano le belle melodie, i momenti felici, ma c’è un’uniformità che, probabilmente, figlia di un unico periodo compositivo. Tutto sembra pronto per un nuovo viaggio, come suggerisce “Sud Est”, come vagheggia “Ventunodieciduemilatrenta”. Ma se questo è un punto fermo, si tratta in ogni caso di un punto degno di nota che ci fa ritrovare un autrice sicura e un’interprete matura.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

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