Giovedì 11 Febbraio 2010

L'ombra della premeditazione
nell'omicidio di Brambilla

COMO La mano destra di Arrighi scivola verso la schiena e sembra prendere qualcosa dalla cinta dei pantaloni. È un istante appena, ma per quell'istante l'armaiolo reoconfesso dell'omicidio di Giacomo Brambilla potrebbe rischiare una condanna ben più pesante di quella ipotizzata ad oggi. Dalla procura non uno straccio di commento. Men che meno dalla questura. Ma all'ottavo giorno d'inchiesta sul delitto nell'armeria di via Garibaldi, gli inquirenti hanno deciso di scavare più a fondo su un aspetto di quell'omicidio che fino ad ora sembrava escluso: che Arrighi possa averlo premeditato.
Per farsi un'idea più precisa di quanto accaduto alle 14.45 di lunedì primo febbraio, ieri mattina il pubblico ministero Antonio Nalesso e gli uomini della squadra mobile, con il dirigente Giuseppe Schettino in testa, si sono chiusi in un ufficio al quinto piano del palazzo di giustizia per passare ai raggi "x" il filmato ripreso dalle telecamere di sicurezza dell'armeria. No comment all'uscita, ma la visione integrale di quel tragico lunedì potrebbe aver fatto emergere particolari inediti che gli inquirenti ora dovranno approfondire.
Innanzitutto l'istante prima degli spari. Il filmato mostrerebbe Brambilla uscire dal laboratorio dell'armeria, dopo appena un minuto di discussioni (non riprese da alcuna telecamera) con Arrighi, e dirigersi verso la sala dei fucili. Dopo meno di due secondi compare anche l'armaiolo: ha il braccio destro dietro la schiena e pare estragga qualcosa dalla cinta dei pantaloni. Di sicuro quando tende il braccio in avanti impugna un'arma, una Luger calibro 22, con la quale spara due colpi alla nuca della sua vittima.
Secondo aspetto da chiarire: i sacchi della spazzatura utilizzati per avvolgere il corpo comparsi subito dopo il delitto, quasi fossero già pronti. E ancora: la scelta del giorno di chiusura del negozio per affrontare la discussione sulla futura società con Brambilla. Su questo punto gli inquirenti, ieri mattina, hanno visionato anche le immagini delle ore precedenti il delitto, in cui si vede Alberto Arrighi all'interno dell'armeria.
Non mancano perplessità pure sull'arma del delitto. L'armaiolo di via Garibaldi, pur avendo una calibro 40 nella fondina, ha scelto un'altra pistola per esplodere i primi due spari e poi ha preso la Magnum della vittima per il colpo di grazia. Nel corso della confessione Arrighi ha fornito una spiegazione all'apparenza convincente, su questo punto, dicendo di non aver capito più nulla dopo la lite con Brambilla e di aver quindi preso un'arma che ha trovato sul tavolo del laboratorio e che lui stava preparando in vista di una lezione di tiro al poligono, quella sera stessa. Una spiegazione che convince solo in parte gli inquirenti: perché, si chiedono, preparare ore prima un caricatore affinché sia pronto per l'uso anziché lasciarlo vuoto e riempirlo solo una volta al poligono?
A queste e ad altre domande - non secondaria quella sulle modalità dell'occultamento e la distruzione del corpo - procura e polizia cercano ora risposta, prima di decidere cosa contestare ad Arrighi. È chiaro che qualora venisse accertata la premeditazione le pene di partenza per il calcolo della condanna finale balzerebbero da 21 anni all'ergastolo, andando ad appesantire - e non poco - la posizione dell'armaiolo di via Garibaldi. A favore del quale non mancano in ogni caso alcune circostanze: il fatto di non aver cancellato il video del delitto che ora rischia di inguaiarlo, l'essersi fatto banalmente "rubare" da un amico di Brambilla, la mattina della scoperta dell'omicidio, un sacchetto della spazzatura pieno di stracci sporchi di sangue, l'aver atteso la mattina successiva per completare le pulizie del negozio.
Tutti elementi che gli inquirenti, ora, dovranno mettere sulla bilancia per vedere da che parte penderà: premeditazione o raptus.
P. Mor.
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