Lunedì 22 Marzo 2010

Miti, Edoardo Bennato giura:
«Le vie del rock sono infinite»

COMO I cantautori storici, quel battaglione che ha raggiunto il successo negli anni Settanta grazie alle radio libere, alle cassettine che passavano di mano in mano (altro che download!), ai concerti autoridotti organizzati in piena dieta di stranieri, insomma, i vari Dalla, De Gregori, Baglioni, Cocciante, Finardi... Bennato. Beh, i primi due continuano a fare dischi ma per vivacizzare un po' le rispettive carriere hanno rispolverato la formula sperimentata con “Banana republic” e il fatto che siano entrambi musicisti che non amano ripetersi la dice lunga. Claudio ripesca “Questo piccolo grande amore” e va sul sicuro, Riccardo è ormai il Webber italiano e pensa solo in termini di musical, Eugenio canta il blues e alle canzoni non ci pensa più. E Edo? Di tutti Bennato era quello più genuinamente rock'n'roll, il solo che sapeva sposare la lingua di Dante (e anche quella di Totò) ai riff di Chuck Berry e al Diddley beat. Per almeno un decennio dal suo esordio non ha sbagliato un colpo sfornando una serie ininterrotta di capolavori. Poi, forse, è subentrata una certa routine, un tentativo di ammodernare il sound non perfettamente riuscito, soprattutto l'incapacità di piegarsi alle logiche di quel sistema che non ha mai smesso di contestare. Per lui, capace di farsi ascoltare anche solo con una chitarra, un tamburello e un kazoo, la deriva teledipendente della nazione deve essere stata atroce. Per lui che non ha mai avuto peli sulla lingua, che ha saputo scrivere favole allegoriche che sono incisive, feroci critiche allo stato delle cose (e alle cose dello Stato), la censura, l'omologazione radiofonica, per lui tutta questa  voglia di esserci senza un perché e senza niente da dire deve essere intollerabile. Per lui, di contro, è diventato sempre più difficile raggiungere i risultati di vendite (e la conseguente attenzione) dei tempi d'oro. Fatto sta che Bennato mancava da cinque anni, da “La fantastica storia del Pifferaio Magico” che era poi una versione riveduta e corretta, ricca di duetti, di “È arrivato un bastimento”. In mezzo ci sono stati anche dei live pubblicati dall'etichetta personale, Cheyenne Records, con scarsa circolazione.
Insomma, era dal 2003, da “L'uomo occidentale”, che Edoardo non proponeva un disco tutto nuovo. Un antipasto sarebbe dovuto arrivare al Festival di Sanremo dove è apparso come ospite di lusso, osando proporre la maledetta “Ciao amore, ciao” di Luigi Tenco e una selezione di pezzi celebri ma nessuna canzone nuova: come a dire “Sei un juke-box, devi suonare”. Meglio così, almeno non ci siamo rovinati la sorpresa. Intanto “Le vie del rock sono infinite” è pubblicato dalla Mercury (quindi dalla major Universal), il che significa che l'artista ha ritrovato un po' di fiducia da parte dell'agonizzante discografia industriale. La copertina sembra quasi riporlo in un museo di cose passate, assieme al vecchio monoscopio Rai, ai robottini della nostra gioventù, a miti sorpassati come Garibaldi (naturalmente si tratta di rimandi ai tredici brani). A livello musicale ci sono poche novità: “Mi chiamo Edoardo” è martellante come deve esserlo una dichiarazione d'intenti anche se il ritornello è melodico come “Viva la mamma”, “Io Tarzan e tu Jane” è figlia del caro Bo Diddley quanto “Mangiafuoco”, la stessa “Le vie del rock sono infinite” nomina i Campi Flegrei (una notazione topografica, certo, ma la mente va alla canzone), ballate come “Perfetta per me” o “È lei” rimandano a “La fata” e ad altre perle di un passato ormai lontano. I testi puntano il dito verso questa società, insomma... non c'è nessun motivo per cui non si dovrebbe amare questo lavoro.
Alessio Brunialti

a.cavalcanti

© riproduzione riservata