Lunedì 03 Maggio 2010

Voci: ecco l'inedito Elvis Costello
di "Live at the Hollywood High"

COMO Forse è un bene che sia rimasto inedito per oltre trent'anni. E forse è altrettanto un bene che venga dato alle stampe solo (e proprio) oggi. E probabilmente è un bene soprattutto per Elvis Costello, cheppure se avesse visto pubblicato il suo EC and The Attractions - Live At The Hollywood High nel 1978 (a proposito, c'è anche il Live At The El Mocambo, dello stesso periodo e altrettanto celebre, ancora inedito: uscirà?), forse ne avrebbe goduto i tanti e variegati profitti. Di contro, oggi, trent'anni dopo, sarebbe uno dei (tanti) pregevoli live della storia del pop. Magari d'elite, pur sempre un mattoncino della muraglia rock. Oggi invece è tutto suo. E nostro, che finalmente ce ne possiamo beare in poltrona, anche chi allora stava a malapena in piedi. Oggi che Costello viene riconosciuto trasversalmente, in ambiti disparati e tra loro distanti, persino esclusivisti come sa essere ad esempio il jazz, come un artista eclettico ma completo, sfaccettato e complesso. Ricco di talento e con nessuna paura di rischiare. Oggi, insomma, Live At The Hollywood High aggiunge davvero qualcosa di significativo al profilo del musicista inglese. Oggi che alle sue uscite mainstream (che troppo mainstream in realtà non sono mai) affianca momenti da crooner con cui impreziosisce album altrimenti ordinari della bella moglie Diana Krall, oggi che porta in scena un intimo recital piano e voce insieme al fido compare (e già anima principe degli Attractions) Steve Neive, oggi che s'ingegna in un caleidoscopico tributo allo strumento voce partecipando al cast dell'Opera lirica Welcome To The Voice (progetto suscettibile di qualche affinamento ma molto intrigante). Oggi che sa entrare nell'ambito classico quel tanto che serve per rendere saporita l'idea, raccolta in The Juliet Letters, di musicare le risposte alle tante lettere che ancora arrivano alla virtuale casella postale di Giulietta Capuleti. Oppure si prodiga come sapiente produttore artistico nell'antica accezione di raffinato talent scout, declinazione che quel ruolo una volta aveva come aspetto primario e oggi sempre meno. Ecco, oggi, anche chi ha scoperto tardi Elvis Costello perché non era nato o non provava simpatia per la spocchiosa new wave che lo lanciò, a tutte queste facce può aggiungerne un'altra: quella del performer indiavolato (ma ispirato) che già allora prestava alla voce una cura singolare. Quella del musicista completo che non per questo si sente sminuito nell'apparire un'icona. Ma che anzi, quell'icona la crea per poi distruggerla e/o sostituirla con un'altra e via di seguito in un continuo giro di richiami tra musica, arte ludica e intrattenimento. Che i tempi in qualche modo li precorre e a chi sa intenderli, li detta persino. Pur sapendo quando è meglio osservarsi un po' intorno e cavalcarli, per non strafare. Ed è in questo ad esempio che Costello sa (e sapeva già allora) scegliersi e lasciarsi accompagnare da una band di tutto rispetto. In cui, come detto, figurava già un maturo Steve Neive, le cui tastiere in LatHH sono la perfetta sintesi dello strumento che per qualche lustro avrebbe preso il posto che la chitarra rivestiva fin lì nelle band di matrice più rock. Inventive per sonorità, presentissime per scelte estetiche: soliste e al tempo stesso in grado di garantire quei tappeti che da allora sarebbero diventati un marchio di certa pop-music. Non solo britannica. Già, perché Elvis Costello non ha mai fatto tutto da solo: Steve Neive ne era già allora l'alter ego che il capobanda apprezzava e riconosceva nel ruolo di direttore musicale. D'altronde una carriera significativa la si costruisce anche così: sapendo valorizzare chi, pur mettendosi al servizio, lo merita. Aspettando El Mocambo, direbbe a questo punto Paolo Conte. Cui, forse, Costello piace. 
Andrea Di Gennaro

 

a.cavalcanti

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