Lunedì 07 Giugno 2010

Band: i Pink Floyd del 2010?
Sono gli Astra della California

COMO I Pink Floyd, sempre attuali a dispetto di epoche, mode e luoghi, hanno dimostrato dall'Inghilterra quanto siano aleatorie le definizioni di spazio e tempo. Gli Astra, californiani di San Diego, hanno recepito questo messaggio meglio di altri e il loro esordio “The Weirding” li può definire, in barba alla retorica, «i Floyd del 2010». Una lunga premessa: se alla fine degli anni Ottanta ogni rara pubblicazione, non necessariamente esaltante, etichettabile come “prog”, veniva scoperta e venerata in modo quasi messianico, in seguito il movimento si saturò ben presto, complici Internet, la facile masterizzazione digitale e, le produzioni in serie e, più tardi ancora, i social network a uniformare, se non banalizzare il tutto. Innumerevoli gruppi si sono ostinati a voler dire la loro, riproponendo certi sound, surrogati, eccezioni e controeccezioni. L'odierna immediatezza  dell'informazione, fantascienza solo pochi anni prima, ha favorito un'iperproduzione in campo rock di un numero sempre più elevato di cloni dalla qualità altalenante. Persino i nomi si inflazionano: ci sono gli “Astra” romani, prog-metallari antecedenti ai californiani, che con loro non han niente a che spartire. I giochi sono stati fatti più volte ed è ormai passata più acqua sotto i ponti dalla precitata “rinascita” che non dai primi settanta (quelli del vero progressive) ad allora. C'è chi però ha optato per il “retrò” in un modo tanto sincero quanto esteticamente pregnante: i cantanti, chitarristi e tastieristi Richard Vaughan e Conor Riley, il chitarrista Brian Ellis – anche al moog – il bassista Stuart Sclater e il batterista David Hurley che suona anche flauto e percussioni di vario tipo, propongono con il loro “Weirding” 78 minuti di musica che, introdotti dal flauto e dalle wind-chimes di “The Rising Of The Black Sun”, vengono letteralmente "volati" in un sol balzo, garantendo emozioni intense specialmente a chi non è avvezzo ad ascolti “spaziali”. Dalla copertina, in un stile simil Roger Dean al nome stesso dell'etichetta, “Rise Above”, tutto proietta a decine di chilometri dal suolo, laddove i palloni sonda solcano la soglia dello spazio. La musica degli Astra, malgrado le origini, ha poco in comune con le palme di San Diego, né con il surf losangelino dei Beach Boys o la psichedelia “sociologica” della San Francisco dei vari Dead, Airplane eccetera, se non per probabili happeningcon chitarre, percussioni, fuoco e hippies. Il bigino del rock, gli Astra, reduci anche dal tributo ai Pink Floyd “The Wall Re-Built!” con una fantastica versione di “Empty Spaces”, l'hanno rimetabolizzato al meglio e – si creda – non è facile. Probabilmente se i Porcupine Tree fossero vissuti nel '71-'72 avrebbero suonato così. La titletrack “The Weirding” serba un cantato a metà tra Syd Barrett e Ozzy Osbourne, e chiaroscuri chitarristici che ricordano i Black Sabbath. La quasi ballata “Silent Sleep” protrae il viaggio, citando il testo, «un milione di miglia lontano». La lunghezza dei brani non è autoindulgente ma funzionale a sognanti elucubrazioni. Il bellissimo mellotron di “The River Under” e la quartina “The people talking lives are tolling/And the women have gone away/Wave keep falling rain keeps calling/Where we laughed yesterday” lasciano il segno. La scuola è la stessa dei tedeschi Eloy e Anyone's Daughter e degli inglesi delle gloriose etichette Neon e Vertigo. Niente testo per “Ouroboros”, lungo brano con organo distorto e chitarra sixties, che, attraverso la simbologia dell'urovoro, il serpente che si morde la coda (quello, per intenderci, usato anche da Alan Parsons nel suo “Vulture Culture”), medita ontologicamente sui controsensi nella spiegazione della vita e delle cose. La temporanea quiete giunge con la breve “Broken Glass”, brano d'amore, in un'ottica hippy naturalmente. Il crescendo tastieristico è prevedibile ma non sgradevole: ricorda qualcosa della floydiana "Julia Dream". Si riparte, stavolta verso la costellazione di Ofiuco con un altro splendido strumentale, “The Dawning of Ophiucus” appunto. Anche nella finale “Beyond to Slight the Maze” - robusto organo e mellotron a coro - le liriche, per ciò che esprimono e il modo in cui son cantate, emozionano parecchio. Una placida chitarra acustica chiude “The Weirding”, disco che scaccia via tutti gli scrupoli di contesto, epoca, stile e quant'altro. Non ci si chiede il perchè o il percome si suoni così, preferendolo ad avanguardie più “à la page”. I limiti di spazio e tempo svaniscono semplicemente: ci si eleva e si vola via. Il disco definitivo, finora di prog psichedelico degli anni 2010.
 Alessandro Casellato

a.cavalcanti

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