Giovedì 10 Giugno 2010

Betty e Thomas: la loro morte
non è colpa dei medici

COMO I medici del Valduce intervenuti nel tragico parto di Elisabetta Petrone Montanino e del figlio Thomas hanno agito «correttamente», «senza alcun elemento configurante malpractice medica» e con «tempi di esecuzione del taglio cesareo nei limiti dell'accettabilità» e, in ogni caso, ininfluenti sulla sorte dei neonato, morto pochi giorni dopo il parto costato la vita anche alla madre. I periti del giudice delle indagini preliminari di Como assolvono, di fatto, l'équipe che nella notte tra il 19 e il 20 maggio di due anni fa intervenne invano per strappare alla morte la 44enne mamma canturina e il bimbo che portava in grembo. Una tragedia che fece inevitabilmente scattare un'inchiesta penale, terminata con una richiesta di archiviazione del pubblico ministero Mariano Fadda rigettata dal giudice delle indagini preliminari Nicoletta Cremona, la quale aveva disposto una perizia per chiarire le cause di quel dramma.
La consulenza, depositata nei giorni scorsi in tribunale, assolve di fatto i medici del Valduce dal sospetto di aver tergiversato troppo prima di procedere al taglio cesareo.
Secondo gli esperti la morte di Betty è stata causata da «embolia da liquido amniotico», una patologia la cui «mortalità è stimata tra il 65% e l'80%», un'embolia che ha provocato - sostengono i periti del tribunale - anche la grave «anossia», ovvero la mancata ossigenazione del cervello, del piccolo Thomas, nato morto e rianimato dall'équipe.
Secondo i periti le scelte mediche, dal momento del ricovero, sono state corrette. Il problema - viene sottolineato nella perizia - è l'improvviso tracollo delle condizioni di salute della mamma con conseguente «sofferenza anossica del feto e gravissima compromissione cerebrale» che in appena dieci minuti ha causato una «compromissione definitiva e irrecuperabile».

f.angelini

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