Domenica 04 Luglio 2010

Ilario Testa: "Così si spicca il volo"
Regole d'oro per giovani manager

Bergamo - Chiari sì, ma il colore preciso degli occhi non sapremmo dire. Per tre quarti del nostro incontro Ilario Testa ha tenuto palpebre socchiuse e rarissimamente ci ha guardato a sguardo dritto. Quando l'ha fatto però, è stato insieme una frustata e un lampo. Per mezzo secolo quest'uomo mite, addestrato con perizia al comando, ha gestito aziende grandi quanto un paese intero, abbinando intuito, ambizione e un'infaticabile vocazione al lavoro. Ha cominciato che aveva ancora i calzoni corti, da impiegato alla Dalmine nel 1939, dove lavorava suo padre e dov'è tornato da amministratore delegato, dal 1980 al 1988. Prima era stato vent'anni in Argentina, con il colosso Techint dei fratelli Agostino ed Enrico Rocca. Ora presiede il cda dell'ospedale Humanitas Gavazzeni, dopo aver compiuto un autentico miracolo: trasformare dal 1993 a pochi mesi fa l'aeroporto di Orio al Serio da scalo periferico ad autentico colosso, terzo in Italia per merci e quarto per numero di passeggeri.
Lo abbiamo incontrato in una calda mattina di giugno, nella sede di una delle tante società che ancora gli chiedono aiuto, consiglio. Ilario Testa, che fisicamente di Carlo Azeglio Ciampi pare il gemello, ci ha accolto con una stretta di mano e il sorriso ineffabile di chi sa stare al mondo eppure in fondo è timido. La prima cosa che ci ha colpito è stata l'eleganza e il profumo: un profumo di pulito, di buono. Abbiamo chiesto di intervistarlo perché un amico ce ne aveva parlato a lungo, elogiando quell'uomo perspicace, che a ottantacinque anni possiede la forza vitale di un ragazzino e un senso della competizione che, pur ben mascherato, potremmo collocare al punto esatto di equilibrio tra virtù e vizio. Pensavamo che in un tempo di crisi com'è questo fosse interessante ascoltarlo. Non ci sbagliavamo. La ricetta del successo non sapremmo riferirla, ma gli ingredienti ce li ha elencati tutti, uno ad uno.
Ingegner Testa, quali doti deve avere un manager d'impresa? Da dove cominciamo?
Dall'ambizione. È fondamentale.
Per Oscar Wilde era l'ultimo rifugio del fallito.
Wilde era un genio, ma non sono d'accordo. Almeno come la intendo io, cioè desiderio di fare, di realizzare e realizzarsi. Se non c'è, non si parte.
Al secondo posto?
L'umiltà. Mai ritenersi superiore a chi si ha di fronte. Ognuno ha qualcosa da insegnare. Meglio, da cui imparare.
Finiamo il podio. Terzo posto?
La visione. Collocare sempre l'affare che si sta concludendo o l'accordo che si deve siglare in un contesto più ampio, proiettandolo nel futuro e non ritenendolo mai fine a se stesso.
Dicono che lei sia abilissimo nel negoziare.
Troppa grazia. Diciamo che non cedo facilmente. Ho imparato dai giapponesi: mai decisioni affrettate. A volte usano il traduttore, pur conoscendo benissimo l'italiano, proprio per prendere tempo e avere la possibilità di ragionare.
Ha avuto buoni maestri.
Ottimi. A cominciare dai fratelli Rocca, proprietari prima della Dalmine e poi del gruppo Techint. Sono stati la mia seconda famiglia.
Cosa le ha insegnato Agostino Rocca?
Tutto. In particolare la possibilità di imparare da chiunque, l'allergia ai saputelli e la meticolosità. Era un vulcano, un incantatore di serpenti.
Avrà avuto almeno un difetto?
Più d'uno, ma cercava di tenerli nascosti. Era poco fisionomista, ad esempio, ma volendo sempre far bella figura con l'interlocutore, mi teneva a fianco e prima di parlare mi chiedeva all'orecchio: chi è questo? Come si chiama quello?
Diverso il fratello Enrico.
Sì. Agostino era l'anima industriale del gruppo, Enrico quella finanziaria. È stato lui a insegnarmi un altro segreto. «In ogni contratto - diceva - c'è sempre un errore, magari da nulla, ortografico: tu devi trovarlo». Non l'ho mai dimenticato.
Chi è stato l'osso più duro da affrontare?
Molti. Ce ne sono alcuni che riconosco assai più intelligenti di me. Antonio Percassi, ad esempio. Geniale. Quando trattavo con lui per l'aeroporto di Orio portavo sempre qualcuno con me, per essere sicuro di capire bene.
Malpensa langue, Bergamo vola. Un miracolo che tutti le riconoscono.
Frutto di duro lavoro. Reso possibile in virtù di una circostanza favorevole e di una fortuna.
Iniziamo dalla prima.
Mi chiesero di occuparmi dello scalo di Bergamo in piena Tangentopoli, quando nessuno voleva prendersi responsabilità.
Cosa chiese in cambio?
Un'unica condizione: la politica ne stia fuori.
Quale fu invece la fortuna?
Credere nelle compagnie low-cost.
Low-cost a Orio fa rima con Ryan Air. Una compagnia di recente nell'occhio del ciclone.
Guardi, mi ha chiesto prima dell'osso più duro: Michael O'Leary è uno di quelli. Si porta appresso una squadra di mastini, ma poi decide lui. Abbiamo impiegato tre anni a chiudere il contratto. Tirano il prezzo all'inverosimile, ma poi con noi hanno onorato tutti gli impegni.
Lei sembra sempre così composto, gentile, non ci dica che non si arrabbia mai...
Certo che mi arrabbio, ma mai con gli operai o gli impiegati: sempre con il loro capo.
Negli affari, come nel gioco, vale tutto?
No, il senso di responsabilità è fondamentale. Così come i rapporti umani. I soldi sono strumento, il fine è sempre l'uomo. Per troppo tempo si è pensato che bastasse produrre ricchezza, ma senza senso morale l'industria e la finanza hanno fiato corto.
Giorgio Bardaglio

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