Sabato 25 Settembre 2010

Moschea a Carmelata
"Ma noi non la vogliamo"

COMO La facciamo galleggiante sul lago, la moschea. Gli amici che abbiamo in Comune, perché qualche amico lo abbiamo non tutti ci odiano come la Lega, ci hanno assicurato che la superficie del lago non è di proprietà del Comune, quindi la faremo lì». Safwat El Sisi si diverte un mondo a confondere le idee sulla moschea che da sei anni vorrebbe costruire a Como e da sei anni la Lega osteggia. Finchè gli assessori Diego Peverelli e Maurizio Faverio non diranno dov'è la palazzina su quattro piani che gli islamici hanno intenzione di comperare per costruire il nuovo centro di preghiera, El Sisi andrà avanti a sviare le ricerche. «Non sto scherzando, la faccio davvero sul lago». Gli uomini di El Sisi dicono che ora l'unico posto degli islamici è via Pino. Via Pino è pulita, profumata, fresca di lavori. Ma loro si sentono presi in giro perché gli sembra di aver sistemato casa e di non aver avuto il permesso di entrarci visto che la preghiera è negata. In effetti, anche se gli arredi ci sono, il centro islamico di via Pino è deserto. Le sedie sono accatastate, non ci sono scarpe e tappetini. Nessuno prega e quindi non c'è la confusione che alcuni vicini lamentavano nel venerdì, giorno di preghiera. Se ci sarà una vera e propria moschea a Camerlata, come la Lega dice di aver appreso da fonti certe e El Sisi smentisce, non sarà comunque ben accetta da tutti. «Dovrebbero farla in un posto isolato così non darebbero fastidio a nessuno  - dice Alfredo Airoldi -. Del resto loro sono rigidi nel loro paese, se andiamo da loro dobbiamo seguire le loro regole. Loro qui possono fare quello che voglio. Però chi vive qui, chi viene qui al bar prima è integrato. Idelinquenti ci sono da una parte e dall'altra. Se qualcuno di loro si comporta male, lo diciamo a uno dei capi e ci pensa lui a farlo rigare dritto. Marisa Piccoi ha una tabaccheria, spiega: «Primo ero in piazza San Fedele, ora sono qui, quanto mai. Credo che Camerlata abbia la più alta concentrazione di stranieri della città. Ce ne sono un sacco aggressivi, maleducati, è difficile vivere qui. Per questo non mi sembra una grande idea, la moschea».
Maurizio De Riccardis dice che a lui non dà fastidio nessuno: «Io rispetto gli altri, se loro rispettano me la moschea la possono fare ovunque, anche vicino a casa mia. L'importante è che osservino le regole e i permessi. Se ce li hanno, possono farla dove vogliono».
Armando Corbella, il titolare del bar a fianco della farmacia dice che «per lui la possono fare dove vogliono e comunque meno gli si dà importanza, meno problemi si creano». Una della sue dipendenti, Giulia De Cesare, dice anche per lei non ci sono problemi. I musulmani non le hanno mai dato preoccupazioni. Lalla Pagliari e Gabriella Bellotti, alla domanda siete d'accordo, rispondono all'unisono: «No». Le due signore abitano in via Scalabrini, dicono che secondo loro la moschea dovrebbe essere in qualche prato isolato «ancora ancora in fondo via Scalabrini». Ma se non la fanno meglio». Neanche Luisa Barcella approva: «Io non sono razzista, ma preferirei che la costruissero in qualche spazio isolato». Sara D'Anna, invece, è proprio contraria: «A parte che noi nei loro Paesi non possiamo costruire chiese. poi loro non devono ritrovarsi in un centro abitato come questo. Io li incrocio tutti i giorni. Stanno lì sotto a i portici vicino al sottopasso. A parte che tanti vanno a far pipì lì e c'è un odore insopportabile, ma poi ce ne sono un sacco che fanno commenti sui vestiti delle donne. Una volta avevo ilgiaccone alle ginocchia e stavo fumando e uno mi ha aggredito dicendo che non andava bene. Abbiamo iniziato a litigare. E succederà di nuovo perché se la prendono con chi è scollata o ha la minigonna. Non va bene, nessuno vuole insegnare a loro come vivere, loro non devono insegnarlo a noi».
Anna Savini

a.savini

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