Lunedì 01 Novembre 2010

L'ospedale che (ri)vorrei
Di nuovo vicino ai più deboli

COMO - La prima cosa che si nota entrando nel vecchio ospedale in una giornata di sole come questa (è giovedì, e la pioggia del weekend non è ancora arrivata), è la luce abbagliante che filtra tra i tigli lungo il viale. Si intrufola tra i padiglioni, investe il monoblocco, riempie il cielo e si riflette sulle magnolie.
In giro c'è poca gente, ma il Sant'Anna conserva ancora una certa vitalità. Qui in via Napoleona sono rimasti diversi ambulatori, e il viavai è lieve e laborioso. È aperto il bar, per esempio, sono aperti gli uffici tecnici al piano terra della palazzina amministrativa, sono aperti gli uffici per le prenotazioni, gli esami e i prelievi nell'edificio tra l'ingresso pedonale e l'entrata dell'autosilo di via Valmulini.
Gli uomini della vigilanza interna incrociano sulle loro utilitarie: «Controllare un posto vuoto - dice Alberto Quadrio, il loro comandante - è molto più difficile che controllare una struttura viva».

È una giornata strana, stranissima. Perché sotto il sole ci siamo noi: io, che scrivo, e che per la prima volta contravverrò alla regola di svolgere sempre e soltanto racconti in forma impersonale, e mio padre, ragione di questa inedita personalizzazione, un medico che in queste stanze ha lavorato per quarant'anni, prima da assistente, poi da primario di uno dei reparti di cardiologia più antichi d'Italia.
Non siamo soli. C'è anche Dario Tognocchi, maestro entusiasta di tante cose: di scuola, di teatro, di idee. È qui con la sua telecamera, perché dal nostro incontro esca anche un breve documentario per laprovincia.itprogetto del direttore, che ci ha chiesto di raccontare quel che resta di questo mastodonte d'ospedale ribattezzato «vecchio» nel volgere troppo breve di un mese, e di farlo anche attraverso le immagini.
È un viaggio emozionante in un luogo che, spogliato della sua vita, ci mostra ossa stanche, sorrette da spettri e fantasmi per fortuna sempre gentili.

«La mia storia al Sant'Anna inizia nel 1970, con un contratto a tempo - ricorda mio padre -. Mi assunsero per un paio di mesi con l'incarico di affiancare il dottor Gianni Bassi, che quell'estate era rimasto da solo a presidiare i due ambulatori di cardiologia. Sostituivo Silvano Castelnuovo, collega con il quale avrei poi condiviso tanti anni di lavoro, che era partito per il Nepal con il suo elettrocardiografo portatile per studiare il comportamento e le reazioni del cuore degli alpinisti sull'Himalaya».
«Bassi mi scovò al lavoro nell'ambulatorio del dottor Valsecchi, il medico condotto di Lenno, che in quel periodo stavo sostituendo. Non avevo neppure trent'anni».
«Dal punto di vista organizzativo era, ovviamente, un ospedale molto diverso da quello di oggi. Costruito in quattro anni, tra il 1928 e il 1932, finì per invecchiare abbastanza in fretta. Questo perché dopo la guerra, la medicina e la tecnologia avevano subito una evoluzione rapidissima: i criteri di diagnosi e cura cambiarono profondamente e, con essi, anche l'ospedale ebbe bisogno di cambiare. Nel 1970 fu abbattuta la chiesa di Sant'Anna, e fu realizzato il monoblocco».

«Quando iniziai io l'intera struttura poggiava sul pronto soccorso, che si trovava dove oggi ci sono i poliambulatori. Il primario era Carlo Casartelli: di notte il solo collega di guardia, per tutto il Sant'Anna, era il medico del pronto».
«La prima cardiologia era raccolta in tre ambulatori accanto ai reparti di medicina. Era davvero poca cosa. L'ecografia non esisteva ancora, disponevamo soltanto di un apparecchio per la fono poligrafia. Non esistevano neppure i letti per la degenza, ma ricordo uno dei miei primi infartuati. Per registrare e monitorare il tracciato, riuscii a farlo sistemare in una delle stanze private gestite da suor Pierfausta, una autentica istituzione del Sant'Anna, per anni direttrice della scuola infermieri. Trascorsi tutta la notte al letto del paziente servendomi del nostro vecchio cardioverter, un apparecchio grande come una credenza».
«La prima unità coronarica fu aperta, invece, grazie al professor Cesare Matteucci, nel 1971. Era il primario del servizio di anestesia che, inaugurando la rianimazione, affidò a noi cardiologi i primi cinque letti, dotati di monitor con centralizzazione del segnale elettrocardiografico».

«Il reparto fu ampliato da 12 a 24 letti all'inizio degli anni Novanta, su progetto dell'ingegner Edi Zuliani, amico di famiglia che si prestò gratuitamente, consentendoci di crescere ancora. Fu, la nostra, una delle prime unità coronariche d'Italia. Questa composizione del reparto, con gli spazi per la degenza accanto alla Unità coronarica e all'Emodinamica, rappresentava il meglio dal punto di vista logistico e operativo».
Papà ricorda, spiega, indica, si commuove e si arrabbia. Al secondo piano, sulle pareti di fronte all'ingresso del suo ex reparto, ritrova le ombre dei due grandi pannelli che, anni fa, il pittore Giuliano Collina disegnò per decorare il corridoio della cardiologia. Sono ancora qui, stesi sul pavimento del vecchio studio del primario, aperto dopo una buona mezz'ora spesa in cerca della chiave giusta, in un palazzo barricato come la zecca di Stato.
Collina li disegnò per i cardiologi, raffigurandovi un cervello, un grande cuore e due braccia lunghissime, protese verso il dolore, la sofferenza, naturalmente per aiutare e curare: «Dovrebbero portarli nel nuovo ospedale ma temo che non lo faranno. Ed è un peccato, perché la memoria andrebbe custodita».

Al tema della memoria, mio padre ha dedicato un libro, un viaggio lungo cinquecento anni attraverso la sanità a Como e, ovviamente, anche attraverso questo ospedale, che deve tantissimo, se non tutto, ai comaschi che contribuirono a costruirlo. Sulla scrivania di cristallo dello studio ci sono le targhe d'ottone che decoravano il reparto, inchiodate al muro per ringraziare chi aiutò Emodinamica e Unità coronarica. Le hanno sganciate e appoggiate qui, in occasione del trasloco: «Questa, per esempio, incisa in memoria di Claudina Prati, che volle essere vicina al reparto per ricordare suo fratello, disperso a Samo durante la seconda guerra mondiale. Ma di benefattori potrei ricordarne molti altri, disposti ad aiutare la Cardiologia ma anche gli altri reparti».
«È ovvio che questo luogo rappresenti un po' la mia casa. La storia della mia vita gli è legata indissolubilmente. In una fotografia del 1932, scattata nel giorno dell'inaugurazione, tra i notabili dell'epoca in orbace e in alta uniforme, compare anche il volto di mio padre, che allora era uno studente 22enne di medicina e che aveva avuto la fortuna di assistere al miracolo, per quell'epoca, della costruzione di un ospedale che era stato realizzato in soli quattro anni, un tempo che per gli anni Venti del secolo scorso, e con i mezzi a disposizione allora, rappresentò un vero e proprio miracolo di dedizione ed entusiasmo».

«Oggi vorrei che quello spirito fosse conservato. Ben venga la cittadella sanitaria, ma lo spazio è immenso, sconfinato. Tra le tante proposte emerse negli ultimi anni mi piace ricordare quella del Lions club Como Host, che già alla fine degli anni Ottanta ipotizzava la creazione di un villaggio protetto a favore di soggetti deboli, a rischio di emarginazione. Anziani, stranieri, senza tetto. In città mancano strutture di accoglienza di questo tipo. Soprattutto vorrei che non andasse perduto il patrimonio di umanità, di storia racchiuso in questi luoghi».
Il vecchio Sant'Anna chiama. Sarebbe bello poter rispondere, visitarlo per intero. È immenso ma, eccettuati gli spazi adibiti ad ambulatorio all'interno del monoblocco, è praticamente tutto chiuso. Chiuso il padiglione della geriatria con le sue terrazze, chiuso quello delle malattie infettive, sotto la montagna, chiusa la ginecologia, l'ostetricia, chiusa la pediatria con le sue pareti colorate, per rendere più spensierato il ricovero dei bambini. Serve una chiave per ogni porta, ché del resto vi è ancora conservato di tutto. Letti, apparecchiature, arredi, computer. Molte attrezzature, alcune delle quali ancora nuovissime, saranno trasferite più avanti. Ogni tanto compare qualche caposala a fare ordine, qualche medico a recuperare carte, documenti, corrispondenza. Prima di lasciarlo incontriamo per esempio Paolo Rossitto, primario del reparto di Rianimazione. «Ogni tanto torno nel mio vecchio studio a recuperare qualche cosa», racconta. «Con Paolo - dice mio padre - abbiamo trascorso anni molto belli. È, come me, un veterano di questo luogo, in cui abbiamo lavorato davvero vicini. Unità coronarica e rianimazione, tutto qui, su questo piano... Anni bellissimi. Nostalgia? Un po', forse. Ma con il trasloco nel nuovo Sant'Anna si chiude un'era e se ne apre un'altra. E in fondo è anche giusto così».
Stefano Ferrari

s.ferrari

© riproduzione riservata