Sabato 06 Novembre 2010

"Così ho ucciso Brambilla"
Arrighi racconta il delitto al pm

COMO Ricordo che domenica tutto il giorno ho rimuginato sulla situazione e mi sono riproposto di incontrare lunedì mattina il Brambilla per definire quale era la reale situazione in cui mi trovavo. Lunedì mattina mi ha tempestato di telefonate sul mio cellulare. Io ad un certo punto gli ho detto di venire in negozio per fare due chiacchiere e gli ho dato appuntamento alle 14.30 in negozio durante la chiusura. Siano entrati nella sala riparazioni dove sul tavolo c'era una Luger calibro 22 che avevo appena pulito per usarla la sera al tiro a segno con i miei allievi. Ho detto al Brambilla che avevo bisogno di certezze, che lui mi stava rubando tutto e che non avevo intenzione di perdere la casa dove abitavo con mia moglie e le mie figlie, Brambilla mi ha risposto "tu non hai ancora capito bello che di tua moglie e delle tue figlie non me ne frega un cazzo". Ritengo che il Brambilla si sia accorto che ho cambiato atteggiamento, ha portato la mano verso la sua pistola poi mi ha chiesto di dargli il numero di telefono del commesso Marco, dicendomi di non capire come mai non fosse ancora lì a lavorare, si è avviato verso la porta di uscita dal laboratorio e in quel momento gli ho sparato due colpi in rapida successione alla testa, centrandolo alla nuca. Una volta stramazzato a terra, gli ho estratto la sua pistola (...) e gli ho sparato in faccia anche perché lui rantolava e volevo finirlo, gli ho dato il colpo di grazia. Non capivo più niente». In un'ora e mezza di interrogatorio davanti al pm Antonio Nalesso, al capo della squadra mobile di Como Giuseppe Schettino e accanto al suo avvocato Ivan Colciago, Alberto Arrighi ha ribadito ieri mattina in carcere la sua versione dell'omicidio costato la vita all'imprenditore Giacomo Brambilla, 42 anni. Ieri come allora, all'epoca del primo interrogatorio (il pomeriggio del 2 febbraio scorso, in questura), tutto ruota attorno alla circostanza della cosiddetta premeditazione: «Il mio assistito ha risposto alle domande formulate dal pubblico ministero - ha detto ieri l'avvocato Colciago -. Ha fornito risposte logiche e credibili, che unite agli elementi raccolti in corso di indagine preliminare, fanno ritenere insussistente l'aggravante della premeditazione».
Da ieri il pallino è di nuovo in mano alla Procura, che a giorni chiederà il rinvio a giudizio. Manca solo il deposito della consulenza psichiatrica disposta dal pm in risposta a quella della difesa (secondo cui Arrighi agì in preda a una specie di raptus), poi l'inchiesta potrà ritenersi davvero conclusa. Ieri, a margine dell'interrogatorio, sono emerse un paio di indiscrezioni. La prima riguarda proprio la consulenza psichiatrica, il cui esito sarebbe, come prevedibile, sfavorevole all'indagato (Arrighi sarebbe stato cioè capace di intendere e volere). La seconda concerne una consulenza balistica che la difesa affidò, lo scorso 9 marzo, all'esperto di armi Luca Pierpaolo Soldati. Nella scelta della pistola, scrive Soldati, c'è la controprova della non premeditazione: Arrighi si servì della Ruger Mark III che utilizzava per il tiro a segno, una calibro 22 che «possiede una capacità lesiva di gran lunga inferiore alla Smith &Wesson» calibro 40 che l'armaiolo di via Garibaldi portava sempre con sé. L'arma più leggera lo costrinse a sparare una terza volta con la pistola di Brambilla, "impiccio" che avrebbe potuto evitare impugnando una pistola diversa. Sarebbe anche da escludere che la Luger faccia meno rumore della Smith &Wesson:«La differenza è di pochi decibel e comunque ciò non significa che il colpo di una pistola calibro 22 sia, come evidentemente si ritiene, del tutto "silenzioso"». La conclusione: «È evidente che avere impiegato una pistola del più debole calibro è ulteriore dimostrazione di assoluta mancanza di predeterminazione». Ora si attende solo il processo.
Stefano Ferrari

a.savini

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