Sabato 04 Dicembre 2010

Il pane di Persepoli
Storie di nuovi comaschi | Il video

COMO - Il kebab è un cibo estremo, senza vie di mezzo. Si odia o si ama, come Carmen Consoli, la Juve e Berlusconi. Dal Sahara occidentale alla Cappadocia e ritorno, ha più o meno sempre lo stesso sapore di spezie, hammam e minareti, «big mac» di un grande franchising che da qualche anno a questa parte spadroneggia sul mercato europeo del cosiddetto fast food.
Oggi in Germania ci sono più rivenditori di kebab che birrerie, in Italia è già uno dei cibi da asporto più diffusi, e Como non fa eccezione. Qualche numero, per dare sostanza a ciò che è già sotto gli occhi di tutti. Nel solo capoluogo, si calcola che vivano e lavorino circa 9500 stranieri, il 50% dei quali di fede musulmana. Secondo l'ufficio studi economici di Confcommercio Como, in provincia ci sono 4092 imprenditori extracomunitari, in larga misura impegnati con piccole imprese a conduzione familiare nel settore delle costruzioni e dell'edilizia in genere: parquettisti, imbianchini, operai, «teciat» e «trumbé». Nel settore dell'edilizia gli imprenditori stranieri sono 1267, il 31% del totale degli extracomunitari che lavorano in proprio. Il 20% è impegnato nel commercio al dettaglio (817), mentre nel manifatturiero sono attivi 408 imprenditori (il 10%). Il sapore deciso del kebab evidentemente piace abbastanza, forse anche più della Juventus, perché nell'ambito della ristorazione, nel cosiddetto settore «turistico ricettivo», i piccoli imprenditori sono 459, pari all'11%, un mini esercito di commercianti che offre cosiddetto cibo di strada, dai panini alla pizza fino, appunto, alla carne di pollo e di agnello cotta a fuoco lento sullo spiedo.
Più delle cifre, in questo caso, valgono però le storie, in una città che cambia e che, ogni giorno, fa incetta di nuovi comaschi. Ilyas, per esempio, è turco, ha 34 anni, ed è un imprenditore del settore manifatturiero: fa il sarto, e nella sua bottega di via Milano, dietro a un vetrina fradicia di vapore, lavora tagliando abiti accanto alle foto di Javier Zanetti e sotto l'egida di una maglia azzurra di Juarez, ex difensore brasiliano del Como dell'ultima serie A. «Sono arrivato in Italia nel 1989 - racconta Ilyas -, e oggi posso dire di avere trascorso qui più di metà della mia vita, iniziando come lavapiatti, poi facendo il cuoco, infine imparando a fare la pizza. Ho portato qui tutta la mia famiglia. Ho due figli di cinque e sei anni, comaschi doc. Tre anni fa i miei familiari hanno aperto anche un ristorante a Beregazzo, ma il mio sogno era la sartoria, un mestiere che ho imparato da piccolo. Vengo da Golbasi, vicino all'Iraq, e oggi sono comasco». Ilyas ha un amico iraniano che fa il pane tra piazza san Rocco e via Milano, ha un bel negozio di cui va fiero e un'altra storia da raccontare: «Mi chiamo Sharifi Abbas, ma la gente qui mi chiama Omid, che significa speranza. Arrivo da Shiraz, in Iran, vicino alla vecchia Persepoli. Sono in Italia da un paio d'anni. Ho iniziato come magazziniere in una farmacia di San Remo, che è una bella cittadina ma che d'inverno si svuota e mette tristezza. Preferisco Como, che ho scelto perché ho un cugino che abita a Mendrisio e perché, con mia moglie, ho trovato una bella sistemazione in via per Cernobbio. Non abbiamo ancora figli, ma sono sicuro che arriveranno. Mio padre e mio nonno hanno sempre fatto il pane. A Shiraz avevamo una fabbrica con 25 dipendenti. Me ne sono andato perché volevo vivere una vita più serena, più tranquillla. Se lavoro? L'importante è lavorare per vivere, non vivere per lavorare. A me via Milano piace, è una strada mondiale. Se vuoi conoscere il mondo devi venire qui: c'è chi viene dall'Africa, chi dall'Asia, chi arriva dal Sudamerica». Omid mostra una foto in bianco e nero affissa al muro e custodita con cura: è una foto del suo nonno che impasta il pane, 52 anni fa: «Il nonno era originario dell'Azerbaijan iraniano, papà invece è nato a Teheran. Io non stavo male al mio paese, lavoravo, avevo i soldi che mi servivano. Ma ero anche uno studente di economia e commercio. E nel mio paese si vive bene solo se non si pensa alla politica...». Lui, evidentemente, alla politica ci badava eccome, ma si vede che non ha troppa voglia di parlarne.
Va fiero del suo pane, pane iraniano a Como, un tempo capitale del pane: fa baguettes francesi, Omid, pane lavash (una sorta di piadina pofumatissima), un pane iraniano che si chiama «pide», infine lo «Shirmal», un pane semidolce. «Il mio pane è buono perché è fatto con le mani e non con le macchine, come nei supermercati. Non uso strutto, soltanto olio di semi di girasole. I miei clienti? Per l'80 per cento sono italiani». L'odore delle spezie con cui Ahmed Mushtaq impreziosisce il suo kebab arriva fin qui, resistendo al nevischio e alla pioggia gelida. Ahmed è un sorridente pakistano di 41 anni che rimira il poderoso blocco di carne infilzato nello spiedo.
Ci fa di tutto: i panini ma anche bei piatti colorati di carne, verdure, yogurt. Più giù, alla vecchia macelleria islamica, c'è Zair che mostra la sua carne e legge "La Provincia". Va fiero di suo figlio, che sul giornale è ritratto in divisa con il resto della sua squadra. «Gioca nell'Ardita», dice, e in fondo è davvero identico ai suoi coetanei comaschi. Che mangiano kebab e tifano (non tutti) la Juve.
Stefano Ferrari

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