Giovedì 09 Dicembre 2010

Il vescovo racconta ai ragazzi
la vera storia di Babbo Natale

COMO Da “Bambini, Babbo Natale è una leggenda, una panzana.
Non è lui a portarvi i doni. Sono mamma e papà, rintronati dalla pubblicità” a “Babbo Natale c'est moi”. No, non ha detto proprio così monsignor Diego Coletti ieri pomeriggio ai bambini raccolti nel Teatro Sociale, però la distanza da quelle parole, pronunciate in Duomo dal suo predecessore, Alessandro Maggiolini, è evidente. Preceduto dall'attore Stefano Dragone, che ha raccontato la vita di San Nicola di Myra, annunciato da Daniele Brunati (sempre modesto il coordinatore di Città dei balocchi: “Non applaudite me: sono solo il sostituto del sostituto del sostituto e devo presentare”), è stato chiamato sul palcoscenico della massima sala cittadina da un coro quasi... calcistico “Don Die-go! Don Die-go!”. Ed è apparso sorridente, tutto vestito di rosso, proprio come Babbo Natale. Naturalmente c'è molta ironia da parte del Vescovo che, riallacciandosi alle parole che lo avevano preceduto, ricordando come, nel tempo, il nome di San Nicola sia diventato Santa Claus (anzi, è il vecchio “Sinterklaas” a essere agghindato proprio come un vescovo, accentuando l'origine cristiana del personaggio), ha detto “Non potevo vestirmi di bianco o di giallo per questa occasione, e sono venuto senza le renne anche perché devo fare poca strada”. Coletti non vuole sovvertire nulla: gli preme rivolgersi ai bambini, e anche ai loro genitori, con parole semplici, arriva addirittura a citare la canzoncina di uno spot televisivo, “A Natale si può dare di più”, precisando “Mostra una paffuta bambina che mangia un pandoro ma avrebbero dovuto metterci anche un'altrettanto paffuta bambina che regala un pandoro”. E precisa anche che il secondo “versetto” del jingle dice “A Natale si può amare di più” perché “è questo il segreto”. È stato un intervento breve, una decina di minuti, informale, di fronte a un pubblico attento e raccolto di grandi e piccini. Ha parlato anche ai primi ricordando che, il buon Nicola, ebbe due genitori esemplari, una componente non da poco nella formazione di una persona. Anticipiamo la probabile precisazione dell'ufficio stampa del Vescovo: la contrapposizione con le parole di Maggiolini è, certo, solo superficiale e apparente. Egli condannava il Babbo Natale del consumismo, quello che vede nel dono, nel dare non una gioia ma un obbligo dettato dalla circostanza. E voleva smascherare quel complotto commerciale, la falsa gioia promessa da un signore inesistente, vestito di bianco e di rosso solo perché sono i colori sociali della bibita più venduta del mondo che lo ha scelto come testimonial decidendone tutta la nuova iconografia, anche a costo di spezzare i sogni dei più piccini. Coletti, in perfetta sintonia quindi, afferma che San Nicola alias Santa Claus, quello vero, ci ricorda la gioia del dare con amore. Ma posti di fronte alla “panzana” i bimbi erano scoppiati a piangere, inconsolabili. Ed era scoppiata una polemica: è giusto dire la verità, così brutalmente, a quegli innocenti che stanno solo aspettando di scoprire se sono stati abbastanza buoni da meritarsi la macchinina o la bambola (la Wii o  la Winx, adattando ai tempi nostri)? Invece davanti al sorriso di “Don Diego”, vero e proprio Babbo Natale senza barba ma con un grande dono da condividere auspicando una “pandemia di bontà”, erano tutti contenti e felici: forse non avranno compreso a fondo la vita del Santo e tutte le parole del Vescovo ma di sicuro la mattina del 25 dicembre andranno a guardare sotto l'albero con il cuore sereno.
Alessio Brunialti 

a.savini

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