Parla la vedova Brambilla:
"Vi racconto Giacomo" / Il video

Domenica Marzorati è una donna luminosa. Ha occhi loquaci, e in un mondo ostinatamente guardingo e diffidente, dà sempre l'impressione di nutrire una fiducia incondizionata nelle persone che le stanno attorno. È stata la moglie di Giacomo Brambilla

COMO - Domenica Marzorati è una donna luminosa. Ha occhi loquaci, e in un mondo ostinatamente guardingo e diffidente, dà sempre l'impressione di nutrire una fiducia incondizionata nelle persone che le stanno attorno. È stata la moglie di Giacomo Brambilla, dal quale si è separata alla metà del mese di dicembre del 2009, una quarantina di giorni prima che lui incontrasse la morte nel retrobottega dell'armeria di via Garibaldi, vittima di Alberto Arrighi e della sua furia omicida. Domenica accetta, oggi, di parlarne, dieci mesi dopo e poche ore prima di conoscere la data del processo (l'incontro con La Provincia è avvenuto lunedì, prima che il tribunale annunciasse la fissazione della udienza di esordio al 30 dicembre) accetta di raccontare quel giorno e i successivi ma anche, e soprattutto, di ricordare Giacomo, conosciuto tanti anni fa in viale Lecco - dove con il papà Luigi e il fratello Gabriele gestiva posteggio e distributore di benzina -, e poi sposato nel 1995, all'inizio di una storia lunga 15 anni che nel 1997 la avrebbe anche resa mamma.
Quello di Domenica è un racconto conciso ma insieme zeppo di emozioni, specie quando si tratti di ricordare le ore immediatamente successive al delitto, scorse via nella angoscia senza sapere, senza capire, ma soprattutto senza credere.
Che ricordo ha conservato di quel giorno?
Ci eravamo separati da poco e Giacomo, per stare accanto a suo figlio, si presentava a casa ogni mattina prima che lui andasse a scuola. Era abitudinario: facevamo colazione tutti insieme, poi in genere tornava per l'ora di pranzo. Quel giorno non si presentò. Aveva il cellulare spento. Andai a cercarlo al distributore, ma mi dissero che non era passato. Così mi rivolsi alla questura. Il momento più duro fu quando dovetti raccontarlo a mio figlio.
Come ci riuscì?
Andai a prenderlo a scuola: era preoccupato, mi chiese subito di suo padre, che al mattino non si era fatto vivo. Gli dissi che lo stavano cercando, che ancora non lo avevano trovato, e che pensavano che fosse accaduto qualcosa, magari una rapina. Andammo a casa dei miei genitori, dove poi ci saremmo fermati per tutta la settimana. Glielo dissi quella sera. Gli dissi semplicemente che avevano ucciso papà. Non riuscivo a crederci.
Cosa le avevano raccontato in questura?
All'inizio molto poco. Mi facevano domande relative a segni particolari sul corpo di mio marito, cercavano conferme al riconoscimento, dovevano identificarlo senza la testa, ma io ancora non lo sapevo. Nessuno mi aveva spiegato cosa gli avevano fatto. Mi venivano in mente soltanto particolari del viso. Ma per loro, ovviamente, erano particolari inutili.
Che ricordo conserva, oggi, di Giacomo?
L'unico possibile, quello del ragazzo che conoscevamo noi familiari, io e mio figlio, i suoi genitori, i suoi amici. Era un uomo generoso, altruista, un uomo con un animo buono. Voglio che la gente lo sappia. Perché di questa faccenda si è parlato fin troppo, spesso per cercare giustificazioni che alleggerissero la posizione di Arrighi. Raramente si è riflettutto davvero su ciò che aveva fatto. Il processo dobbiamo farlo ad Alberto Arrighi, non a Giacomo Brambilla.
Cosa si aspetta dal processo?
Mi aspetto semplicemente giustizia, cioè il massimo della pena. I giudici hanno tutte le carte e tutti gli elementi per poter giudicare in modo completo.
Qual è la sua opinione di concetti quali perdono e pentimento?
Non saprei, sono sentimenti intimi.
Nelle ultime settimane si è parlato molto del libro e delle riflessioni di Arrighi.
Mi dicono che scrive molto, che ha scritto il libro, che ha scritto lettere agli amici. A me o ai miei suoceri, però, non ha mai scritto nulla.
Com'è cambiata la sua vita dal primo febbraio del 2010?
Non è più la stessa. Soprattutto per mio figlio: che ha tredici anni, e che vive un momento in cui avrebbe bisogno di una figura maschile di riferimento, di un padre quale era Giacomo. Amavano fare sport, camminare in montagna, sciare, pedalare in bicicletta, andare al mare. Avevano un rapporto splendido. Per me sostituirlo è difficilissimo. Oggi devo essere contemporaneamente madre e padre. Ci provo, devo provarci: perchéè lui, mio figlio, a darmi la forza di andare avanti ogni giorno. In fondo, se oggi sono qui è anche per lui.
Cosa si aspetta dal futuro?
Spero soltanto di ritrovare un po' di serenità, di poter ritrovare la forza di vivere. Perché è questo che bisogna fare.
Stefano Ferrari

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