Giovedì 03 Marzo 2011

Nell'eremo i segreti
del parroco garibaldino

COMO - «Non andate giù di lì, ché c'è l'uomo della camicia rossa». A Brunate diversi ex bambini ricordano ancora la raccomandazione dei loro genitori, quando si avventuravano lungo il Sentierone per Como. Un'allusione che suscita curiosità oggi più che mai, visto che le camicie rosse stanno tornando di moda con l'approssimarsi del 150° dell'Unità d'Italia. E allora siamo andati giù, dove ai bimbi era proibito, per cercare una risposta.
L'abbiamo trovata nell'Eremo di San Donato, l'ex convento francescano trasformato il civile abitazione fin dal 1772, che sorge su uno sperone roccioso a metà del percorso, all'altezza di Garzola Superiore. Tra i cimeli conservati dall'attuale proprietario della chiesa, l'unico edificio ad aver mantenuto la funzione originaria, vi è uno scritto dell'ultimo proprietario unico dell'Eremo, Emilio Alfieri, alla cui morte il complesso fu frazionato tra una dozzina di condomini. «Il mio amato prozio don Giuseppe Bernasconi - scrisse il medico-umanista nel 1949 - che a S. Donato dovete soggiornare lunghi anni, quasi in esilio, per avere durante le campagne del 1859 e del 1866 lasciato temporaneamente l'abito talare per vestire la divisa di volontario garibaldino ed imbracciare la carabina per la redenzione della Patria, morì tra il compianto universale all'età di 98 anni».
Dal 1938 è intitolata a don Bernasconi la strada sterrata che dalla fermata del bus di Garzola superiore porta proprio all'eremo. Oggi versa in cattivo stato di manutenzione: in due punti sta cedendo la massicciata e in un altro è stata messa una rete rossa di contenimento per frenare eventuali cadute di massi da sopra. E dal paletto posto alla confluenza tra i diversi sentieri che si dipartono in prossimità dell'eremo, ignoti vandali hanno strappato il cartello di "via don Bernasconi". Ma l'incuria -, cui il proprietario della chiesa, Arturo Arcellaschi, peraltro consigliere a Palazzo Cernezzi, si augura che il Comune rimedi al più presto - nulla toglie al fascino misterioso dell'eremo. E anche della storia del prete patriota.
Prima di indagare gli anni dell'"esilio volontario", è bene ricordare la sua vitalità, degna di numerosi riconoscimenti pubblici sia prima che dopo quella parentesi appartata: nato a Brunate nel 1825, fu nominato coadiutore a Lenno dove affrontò con grande coraggio un'epidemia di colera nel 1855, mentre a Civiglio, che lo ha visto parroco per quasi mezzo secolo, porta il suo nome l'asilo d'infanzia da lui fondato nel 1907, ricorrendo a una sottoscrizione che lo vide quale «maggiore oblatore».
In mezzo ci sono due guerre di Indipendenza, nelle quali si distinse nell'assistenza dei feriti, ma anche in azioni di combattimento. Ottimo tiratore (arte imparata andando a caccia con il padre), il suo nome è iscritto tra i vincitori della prima gara nazionale che si tenne al tiro a segno di Como il 28 maggio del 1862: a premiarlo, quale presidente onorario della manifestazione, fu Garibaldi in persona.
Nella chiesetta di San Donato ci sono due panche di legno del Settecento, sulle quali è facile immaginarlo assorto in meditazione e preghiera, mentre le truppe sabaude entravano a Roma attraverso la breccia di Porta Pia, atto conclusivo dello scontro tra il neonato regno d'Italia e l'ultimo "papa re", Pio IX. Alle sue spalle, ancora visitabile, la grotta in cui si era ritirato in penitenza il Beato Geremia Lambertenghi e dove avevano fatto un'incursione persino i soldati napoleonici, decapitando la statua di Santa Teresa. Prima di tornare alla vita pubblica, trovò immurata in un corridoio dell'ex convento una natività a bassorilievo, che ora è coonservata in una teca nella chiesetta. A memoria del suo eclettico scopritore.
Pietro Berra
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