Venerdì 18 Marzo 2011

Uccisero per pochi orologi
Ecco perché meritano l'ergastolo

COMO Troppe contraddizioni, troppe incongruenze, troppe insensatezze e, soprattutto, troppe menzogne. Che se in sé non bastano a fondare un giudizio di colpevolezza, tuttavia costituiscono «un riscontro munito di elevata valenza dimostrativa».
Lo scrivono i giudici della corte d'Assise di Como nelle 83 pagine compilate per motivare il doppio ergastolo inflitto lo scorso dicembre a Emanuel Capellato e Leonardo Panarisi per l'omicidio di Antonio Di Giacomo, piccolo artigiano con casa e famiglia in alto lago ucciso nell'ottobre del 2009 in un monolocale di via Cinque Giornate.

«La valutazione del materiale probatorio ha convinto la corte al di là di ogni ragionevole dubbio della colpevolezza di entrambi gli imputati», scrivono i giudici spazzando il terreno da equivoci legati all'impossibilità di chiarire chi sia, materialmente, l'esecutore dell'omicidio. Pacifica la presenza di entrambi al momento della morte di Di Giacomo, la corte ha ritenuto «che anche quello dei due imputati che non ha sparato debba rispondere dell'omicidio a titolo di concorso morale».  Secondo il tribunale, l'omicidio scaturì da una rapina in qualche modo improvvisata: Capellato e Panarisi avevano entrambi puntato moltissimo sulla partita di orologi che Di Giacomo avrebbe dovuto consegnare loro, ma gli orologi avevano un valore di gran lunga inferiore a quello atteso. E il sospetto che la vittima potesse nasconderne di altri, più preziosi, finì per innescare una discussione al culmine della quale Di Giacomo morì.

Panarisi ha sempre negato financo la propria presenza sul luogo del delitto al momento dell'esplosione dei colpi di pistola - due, entrambi indirizzati al capo della vittima. Ma i giudici non gli hanno creduto. «La versione difensiva di Panarisi - scrivono - è colma di contraddizioni e di illogicità, che ne confermano la totale inattendibilità: lui stesso si dichiara indignato dall'offerta di orologi provenienti da un delitto, in quanto, avendo trascorso metà della sua vita in carcere, la ritiene rischiosa; poi, però, si presta ad aiutare Capellato a trasportare ed occultare il cadavere, esponendosi in prima persona, in modo ben più rilevante, ad un'accusa di omicidio». Il tribunale ha ritenuto inverosimile anche il fatto che Panarisi possa essersi prestato ad aiutare Capellato a omicidio compiuto solo perché questi gli aveva chiesto di non abbandonarlo: «Mentre la commissione dell'omicidio all'interno dell'appartamento dove Capellato abitava rende evidente l'interesse di quest'ultimo a trasferire al più presto il cadavere della vittima, lo stesso interesse non è altrettanto evidente per Panarisi, e si spiega solo con il suo diretto coinvolgimento nell'omicidio».

Panarisi paga anche per le proprie dichiarazioni davanti ai giudici: «Altra grave contraddizione che ha contribuito al convincimento della (sua) colpevolezza è stata la risposta fornita dall'imputato ad una delle ultime domande rivoltegli dal difensore di Capellato: Panarisi, dopo aver più volte ribadito nel corso dell'esame di non aver visto Di Giacomo in volto, in quanto, al momento del suo ingresso (nel monolocale del delitto, ndr), il capo della vittima era coperto con asciugamani o strofinacci ma, nel contempo, confermato di aver chiesto al coimputato dove fosse il "ferro", richiesto di spiegare come facesse a sapere che per commettere il delitto era stata usata una pistola, ha risposto testualmente: "Ha ragione... Perché ho visto una stanza piena di sangue e l'ho pensato io". La risposta si commenta da sola - scrivono i giudici -; sarebbe banale ricordare a chi legge che vi sarebbe stato comunque sangue sparso per il locale se il capo del povero Di Giacomo fosse stato colpito con un corpo contundente o se lo stesso fosse stato accoltellato alla gola».
Capellato e Panarisi sono stati entrambi condannati alla pena dell'ergastolo con tre mesi di isolamento diurno.

s.ferrari

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