Unità d'Italia, all'appello
manca solo la Lega

Pienone in sala consiliare, gremita la sala stemmi, a Palazzo Cernezzi ieri mattina si è celebrato il 150° compleanno dell'Unità d'Italia con una cerimonia «giusta». Mancava solo la Lega

COMO Pienone in sala consiliare, gremita la sala stemmi, a Palazzo Cernezzi ieri mattina si è celebrato il 150° compleanno dell'Unità d'Italia con una cerimonia «giusta»: né troppo breve, né troppo lunga, né eccessivamente solenne o retorica, né priva di quell'aura sacrale che un momento di riflessione, non solo di festa, nazionale impone. Autorità civili e militari, esponenti del mondo economico e produttivo, gente comune, anche tanti bambini hanno voluto esserci. Al tavolo d'onore, oltre al presidente del consiglio Mario Pastore che ha fatto gli onori di casa, il prefetto di Como Michele Tortora, il sindaco Stefano Bruni, il vescovo monsignor Diego Coletti e il professor Giorgio Conetti, rettore vicario dell'Università dell'Insubria. Presenti anche gli assessori Gaddi, Veronelli e Sosio, presenti tanti consiglieri di maggioranza e praticamente tutti quelli d'opposizione (anzi, il primo ringraziamento è stato proprio per Marcello Iantorno, Pd, che aveva presentato l'interrogazione affinché l'amministrazione celebrasse degnamente la ricorrenza). Vistosamente assenti tutti gli esponenti della Lega Nord, una latitanza che Bruni ha poi commentato: «Non hanno voluto fare polemica e hanno preferito non esserci. Io, evidentemente, la penso in modo diverso, anzi, mi sono sinceramente commosso, ma questo è un Paese libero e libero è il dissenso anche se questa è la festa dell'Unità e la sta festeggiando la stragrande maggioranza del popolo italiano».
L'atteggiamento di chi vive in quella che si potrebbe definire «Padania della mente», in effetti, stride con tutti i proclami di «percorso comune», «sentimenti condivisi», «unità culturale» che sono rimbalzati dall'uno all'altro discorso. Ma andiamo con ordine. La cerimonia è stata aperta in sala stemmi dalla Filarmonica cittadina Alessandro Volta che ha eseguito l'Inno nazionale, poi l'Inno di Garibaldi e «La leggenda del Piave» per poi tornare a Mameli cantato, in questa seconda volta, con ancora maggior foga da tutti i presenti (vescovo compreso). Tornati in sala consiliare, Pastore ha rivolto il saluto ricordando le parole recenti del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per poi passare la parola al primo cittadino. Bruni ha subito affrontato di petto la «questione leghista»senza, peraltro, mai nominare il Carroccio: «La realtà è testarda, non è come alcuni vorrebbero dipingerla, il percorso dell'Unità è stato lungo e certe operazioni sono di piccolo cabotaggio politico nel presente mentre il futuro è quello dell'uscita dal centralismo romano perché “federalismo” è il nuovo nome dell'Unità», proponendo un modello ben differente da quello frazionato se non apertamente secessionista. Dopo avere individuato nell'Europa «una casa comune dove siamo uniti non dalla lingua, perché tutti ne parliamo una diversa, ma dalla cultura» Bruni ha affrontato anche un tema attuale come quello dell'emigrazione: «Non bisogna cedere a un nazionalismo dove lo straniero è visto come il nemico. Si fa spazio a chi arriva non demolendo la propria casa bensì ampliandola per la nuova realtà che nascerà da questa fusione». Da cosa è nata, invece, l'Italia di 150 anni fa lo ha spiegato Conetti con un approfondimento storico che è andato a riprendere pagine anche meno conosciute come quelle di Pasquale Stanislao Mancini (che si ricorda per «Del principio di nazionalità come fondamento del diritto delle genti») che sosteneva che la nazione è sempre esistita, anche solo come coscienza collettiva mentre per Mazzini la Patria era una missione. Tutte parole che a qualcuno avrebbero fatto venire i sorci... verdi. Perfino il vescovo non ha menzionato la «questione romana» preferendo soffermarsi sulle «memorie liete che devono prevalere sulle incomprensioni e rinsaldare i vincoli durante quella che mi piace considerare come una festa in famiglia. Anzi, permettetemi un ricordo personale, la commozione ascoltando il racconto di quei seminaristi milanesi che aderirono spontaneamente alle Cinque Giornate». Secondo monsignor Coletti quelle differenze che non piacciono a certi partiti (a un certo partito, per la verità) rappresentano «una ricchezza se c'è attitudine al rispetto reciproco, all'ascolto e alla condivisione». Non solo: «Venendo qui ho incontrato molti bambini: ho raccomandato loro di preparare bene le celebrazioni per i 200 anni. Io conto di esserci!».
Anche il Prefetto Tortora, infine, ha cercato i punti comuni che saldano questa Unità: «Oltre alla lingua c'è quel connubio tra cultura classica e Cristianesimo che ha portato a quell'Umanesimo che si rispecchia nella straordinaria predisposizione tutta italiana a sapere cogliere il Bello nel mondo. Anche perché ogni città, ogni sperduto villaggio, ogni pieve abbonda di testimonianze artistiche». Celebrando «una Costituzione tra le più avanzate nel mondo» e «una democrazia tra le più evolute» il saluto finale, «Viva l'Italia, viva la Repubblica, una e democratica» non è mai sembrato più vibrante. Pochi invece i negozi con la bandiera tricolore in vetrina o prodotti bianco rosso e verdi.
Alessio Brunialti

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Documenti allegati
Eco di Bergamo Negozi d'Italia