Mercoledì 23 Marzo 2011

Posti per i profughi a Como?
Solo trenta in radioterapia

COMO - Mille profughi ogni milione di abitanti: è la proporzione indicata ieri dal ministro degli Interni, Roberto Maroni, per ripartire tra le città e le province italiane i nordafricani sbarcati a Lampedusa. Sono già 16.000, da quando è cominciata la crisi nel Mediterraneo: le previsioni parlano di 50.000 in breve tempo; diverse città hanno messo a disposizione posti, pur chiedendo risorse e regole, a cominciare dalla definizione dello status, rifugiati, richiedenti l'asilo, profughi, clandestini. A Como e provincia, 600.000 abitanti, l'8% immigrati, sembra un esercizio inutile far conti sulla quota di esseri umani spettanti. In teoria, dovrebbero essere 600, ma non c'è posto se non per 25. Tante sono le disponibilità individuate dalla Caritas in istituti religiosi: «Venticinque posti sicuri - ribadisce il direttore, Roberto Bernasconi - la ricognizione continua» e già la settimana scorsa, al Settimanale della Diocesi, Bernasconi aveva lanciato un appello ad aprire il cuore, a render concreta la solidarietà. Tra l'altro, i 25 posti sarebbero in capo alla Caritas nazionale che agisce attraverso le Caritas Diocesane. Sarebbero dunque indipendenti o comunque solo a supporto di un eventuale piano della prefettura. Anche l'altro ieri, il prefetto, Michele Tortora, ha fatto cenno alla ricognizione che continua tra gli enti locali, dopo aver preso in esame gli edifici demaniali, come l'ex compendio della Guardia di Finanza a Capiago Intimiano. Comuni e popolazione non sono d'accordo sull'utilizzo per i profughi.
In città: improponibile, secondo il sindaco, Stefano Bruni, l'utilizzo dell'ex dormitorio di via Sacco e Vanzetti, chiuso, con i suoi 60 posti letto, servizi, spazi comuni, 850.000 euro di investimento. E' troppo in mezzo alle case. L'ex scuola Baden Powell, in via Tommaso Grossi, neanche a parlarne; la scuola di Lora è in degrado, non c'è altro, tra le proprietà comunali. La caserma De Cristoforis è indisponibile: tutti ripetono che è del ministero della difesa. La settimana scorsa, uno spiraglio: l'utilizzo della palazzina della radioterapia nell'ex ospedale Sant'Anna, 30 posti. Ma è davvero così?
«Ho partecipato alle riunioni in Prefettura - ricostruisce il direttore generale dell'Azienda Ospedaliera Sant'Anna, Marco Onofri - e a domanda, ho risposto che noi ci occupiamo di sanità, ma di fronte a quest'ondata di profughi, a tanta povera gente, non siamo insensibili, posto che i beni non sono nostri, ma della Regione. E' la Regione a dover valutare». Dunque, uno stabile sul lato San Carpoforo sarebbe disponibile? «Sarebbe stato - precisa il direttore generale - al momento, pur con tutte le riserve e i condizionali, avevo profilato la possibilità. È venuta meno, perché la radioterapia dev'essere ancora smobilitata: l'acceleratore lineare è stato venduto agli Ospedali di Bergamo, ma i tempi per lo spostamento sono lunghi ed incerti. Secondo: l'acceleratore contiene un nocciolo radioattivo. Terzo: il contesto». Ed è un contesto vivo: i pasti serviti al personale che tuttora opera nel vecchio Sant'Anna sono tra i 250 e i 300 ogni giorno. Questo dà il segno del movimento, gli utenti dei servizi sono decine. I profughi non possono essere inseriti, ammesso di trovare un'altra struttura, la loro presenza è incompatibile con le abituali frequenze. Il direttore generale, però, non ha voluto lasciar cadere un altro tentativo: ha compiuto personalmente un sopralluogo sull'ex San Martino, di proprietà regionale, condiviso tra Asl ed Azienda ospedaliera. Il responso: strutture fatiscenti, ristrutturazioni eventuali su tempi lunghi. Possibile che a Como, dove si calcolano 400.000 metri quadrati dismessi, non ci sia alcuna possibilità di fronte ad un'emergenza che molti definiscono come epocale?
«Noi ci occupiamo di sanità - ribadisce il dottor Onofri - ma questo non significa che ci chiamiamo fuori. Infatti, abbiamo messo a disposizione gli arredi e le attrezzature rimaste nell'ex ospedale Sant'Anna, letti, comodini, armadi, previo accordo con la Regione Lombardia». Un gesto istituzionale si fa largo.
Maria Castelli
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p.berra

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