Martedì 03 Maggio 2011

Centinaia di comaschi:
il popolo del Papa

COMO - Una ressa che ha tolto il fiato per ore, a partire dalle prime ore del giorno. Molti si erano portati un seggiolino pieghevole, senza sapere che sarebbe stato impensabile aprirlo. Ma nessuno sembrava infastidito da quella assurda immersione nella calca motivata da un'unica prospettiva, quasi un miraggio: raggiungere il luogo dell'evento, accostarsi a piazza San Pietro per partecipare fisicamente alla beatificazione di Giovanni Paolo II. Anche i comaschi erano centinaia, quasi polverizzati in quell'oceanica massa che in poche ore aveva rivestito di umanità l'area interna al colonnato e quella esterna, tutta via Conciliazione e zone sempre più distanti da quell'epicentro dove solo un maxischermo poteva rendere vicino agli occhi e a portata di voce, minuto per minuto, le stesse sequenze che due miliardi di persone seguivano per televisione da ogni parte del mondo. Ma per chi ha voluto «essere lì», quella ressa non era ressa soffocante, era esperienza viva, toccante, lucidissima nonostante l'estenuante fatica: «Un popolo immenso, da ogni parte della terra, non era solo folla» nota Paolo Frisoni, commercialista, che seguendo il vortice si è ritrovato distanziato dal suo gruppo, accanto a due suore polacche e altra gente d'ogni continente, riconoscibile dalla varietà di bandiere. «A pochi passi anche quella irachena - aggiunge - davvero incredibile il senso di unità profonda, festosa». «Abbiamo respirato una festa ecumenica e una sintesi della ricchezza di Giovanni Paolo II - suggerisce Bruno Rorato, dirigente, che fra tanti pensieri e suggestioni ha focalizzato «la rivoluzione introdotta da papa Wojtyla nel modo di concepire la fede: oltre una mentalità razionalistica che aveva relegato Cristo ai margini delle questioni che contano, ha proposto la fede come strada per vivere la vita di tutti in giorni in modo realizzato». In viaggio già da sabato mattina, il gruppo diocesano accompagnato da don Emanuele Corti responsabile della pastorale giovanile, ha partecipato alla veglia con la recita del rosario al Circo Massimo, per avviarsi già alle 3 del mattino verso piazza San Pietro: «È stato impossibile rimanere tutti vicini, ma da aree diverse, da piazza Risorgimento o verso Castel Sant'Angelo - riferisce don Corti - ci siamo sentiti fortemente coinvolti nella liturgia che ha rispecchiato la riflessione teologica di papa Wojtyla anche attraverso qualche brano delle sue encicliche. Al centro della vita di Cristo e della Chiesa c'è l'uomo: questo richiamo ha coinvolge e commuove ognuno». «Commozione» è la parola più ricorrente: «Avevo 13 anni quando è stato eletto papa  Karol Wojtyla, mi ricordo ancora le sue prime parole: “Non abbiate paura, aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo...”», racconta Clelia Boggia rimarcando la rivoluzione che quel messaggio ha provocato nel suo cuore. «Non potevo mancare, desideravo esprimere la mia gratitudine per averci proposto un cristianesimo profondamente umano». C'è chi è stato colpito dal raccoglimento e dai silenzi, persino surreali nella bolgia, come ha notato Laura Menegola insegnante, o dalle numerose famiglie polacche con bambini, «inimmaginabili in un contesto così caotico» secondo la sua collega Velia Rizzini. Attimi pieni di eternità, nella memoria del Papa che ha toccato il cuore di tutti, espressi nella compostezza silenziosa o nell'applauso incontenibile, nel sorriso alla persona appiccicata al fianco, mai vista, estranea, eppure legata da un imprevisto sentimento di fraternità.
Laura d'Incalci

p.berra

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