«Don Guanella santo
grazie al suo amore»

Il vescovo Coletti a Roma alla canonizzazione di don Guanella con i pellegrini di Como: «Era un prete scomodo, ma si sentiva autorizzato a caricarsi di enormi responsabilità perché amava, sta qui la sua attualità. In un momento in cui sono poche le persone disposte a prendersi le proprie responsabilità, solo chi ama davvero riesce a farsene carico

COMO «Don Guanella con la sua determinazione ci insegna che c'è molto bisogno di un rinnovamento della libertà del cuore dei cristiani. Lui aveva il cuore libero perché aveva la massima fiducia nella Provvidenza e agiva per amore. Quando si agisce per amore, le nostre azioni diventano ingovernabili. Tutti noi abbiamo esperienze di amore e sappiamo che succede proprio così quando si ama, si vive la fantasia dell'amore che rende liberi e determinati, ragionevoli sempre, ma mai calcolatori. Don Guanella era questo, era l'applicazione dell'amore verso gli altri e dietro nella frase "E' Dio che fa" trovava la legittimazione a fare lui ciò che riteneva giusto per i sofferenti. Guanella era un prete scomodo, ma si sentiva autorizzato a caricarsi di enormi responsabilità perché amava, sta qui la sua attualità. In un momento in cui sono poche le persone disposte a prendersi le proprie responsabilità, solo chi ama davvero riesce a farsene carico».

 «Ciò che in Don Guanella è meno moderno, diventa ciò di cui c'è più bisogno oggi». Il vescovo di Como, Diego Coletti, sorride e riassume in questa frase il sabato emozionato nella parrocchia di San Giuseppe al Trionfale, che anticipa la giornata di oggi dedicata alla canonizzazione in piazza San Pietro. E' un sabato primaverile, nonostante il calendario, e nonostante il nubifragio che ha fatto la doccia a una città che si è asciugata con i manifesti che chiedono la testa di Alemanno «causa cattiva gestione della pioggia».
C'è un gran trambusto, un ordinato trambusto in San Giuseppe, fra chi chiede una sciarpina gialla con l'immagine di Don Guanella (ce l'ha stretta al collo anche il vescovo), chi fa le foto alla chiesa, chi cerca di non sbagliare porta e finire negli uffici dell'istituto, che intanto, forse come ha insegnato proprio il Santo, non ferma la sua attività fatta di faccende da sbrigare, telefonate da rispondere per aiutare chi ha bisogno. «Del resto - dicono in ufficio con un sorriso - ce lo siamo cercati questo trambusto, l'abbiamo voluto Santo!». Anche il vescovo Coletti si inserisce in questo fermento dove tutto fila liscio.
Eccellenza, il luogo della celebrazione di oggi (ieri ndr) è simbolico. È il quartier generale romano di Don Guanella; celebrare qui non è solo una scelta dovuta.
Assolutamente no. Questa parrocchia è dedicata a San Giuseppe patrono dei morenti ed è quella che il Papa Pio X, amico di Don Guanella, vedeva dal Vaticano venir su giorno dopo giorno. Ne seguiva la costruzione, quasi a voler accogliere ufficialmente Don Guanella a Roma. Il fatto che questa parrocchia sia dedicata a San Giuseppe dei morenti non è un caso, ma una sfumatura della carità di Don Guanella verso chi soffre e si sente povero di fronte al problema della fine della propria vita. Si pensa che San Giuseppe sia morto con accanto Gesù e la Madonna, metafora della presenza nella nostra morte della misericordia del Signore e della sua mamma. Il Papa amò molto questa visione, tanto che fu il primo a iscriversi alla Congregazione dei morenti, che si occupa della preparazione alla buona morte con l'aiuto della preghiera e della devozione a Don Guanella.

Leggi il resto dell'intervista al vescovo monsignor Diego Coletti su La Provincia in edicola domenica 23 ottobre

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