Domenica 10 Febbraio 2013

La disperazione dell'omicida
«Non volevo uccidere mio padre»

LURAGO MARINONE Non fa che singhiozzare e ripetere come un mantra quell'unica frase: «Non lo volevo uccidere». Ripete quelle parole come se potessero stravolgere la realtà. E riportare le lancette del destino all'una di venerdì mattina, quando il padre era ancora vivo. Seduto nel salotto di casa sua, a poche ore dalla partenza per tornare in Perù.

Eder Jhonny Dominguez Cutipa ha attraversato, in una manciata di ore, quasi tutto l'arco delle emozioni umane: dalla rabbia alla disperazione, senza ritorno. Chiuso in una cella dell'infermeria del Bassone il giovane operaio, 28 anni, peruviano, una compagna e un figlio di 3 anni nato in Italia, rivive ogni istante l'incubo di una notte di follia, ira, violenza cieca. Una violenza che ha lasciato a terra, in una pozza di sangue,

Manuel Johnny Venancio Dominguez Ramirez, muratore cinquantenne, e ha rischiato di coinvolgere anche l'altra figlia della vittima, la sorella del giovane ora accusato di omicidio volontario.

La giovane, studentessa universitaria che abita nella stessa corte di piazza Roma, teatro della tragedia, venerdì notte è stata svegliata dalle urla di padre e fratello, rientrati tardi dopo una serata trascorsa al bar. I due, secondo quanto ricostruito dai carabinieri della stazione di Appiano Gentile e dai colleghi di Cantù, si erano lasciati andare a qualche bicchiere di troppo nel corso della serata.

Rientrati in casa papà e figlio hanno iniziato a rinfacciarsi antichi rancori mai sopiti. In particolare Eder ha accusato il genitore di aver sempre odiato la madre, di averla maltratta e picchiata per una vita intera e di essersi completamente disinteressato di lui e di sua sorella, quando erano bambini.
Accuse urlate in faccia con odio. Al punto da risvegliare metà corte di piazza Roma. E che hanno fatto accorrere anche la figlia di Manuel.

La ragazza si è messa in mezzo ai due, cercando di dividerli. Ma la situazione è presto degenerata. Eder è andato in cucina e ha afferrato due coltelli. Uno quasi innocuo. L'altro appuntito e con una lama di venti centimetri. Tornato in sala ha affrontato il padre cercando l'affondo un paio di volte, mentre la sorella si frapponeva tra i due facendo scudo con il suo corpo. E rischiando anche di rimanere ferita lei stessa. Alla fine Eder è riuscito a colpire il padre. Il coltello ha spaccato il cuore dell'uomo in due. Senza lasciargli scampo.

«Dovremo ricostruire con grande attenzione tutte le fasi di quella notte - commenta l'avvocato Renato Papa, che assieme a Stefano Legnani difende il giovane operaio - per riuscire ad affrontare il delicatissimo tema legato al profilo della volontarietà».

Ora, nella sua cella al Bassone, il ragazzo non fa che piangere. I medici del carcere gli hanno anche prescritto delle medicine per riuscire a calmarlo. Una condizione psicologica tale da convincere i suoi legali a optare, domani quando ci sarà l'interrogatorio per la convalida dell'arresto da parte del giudice, per il silenzio. Eder, infatti, si avvarrà quasi sicuramente della facoltà di non rispondere.

p.moretti

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