Domenica 10 Maggio 2009

«Sono le nostre case, non lasciateci soli»

Pedemontana. Un nome, nessuna garanzia. Almeno per chi vive ad Albate, dove dovrebbe sorgere il secondo lotto della nuova tangenziale, il cui progetto è tuttora in fase di tracciato preliminare, ma che prevede già l’esproprio di molti terreni. E c’è chi, addirittura, sembra non sapere cosa stia succedendo, a giudicare dal cartello “Vendesi” affisso su una delle abitazioni della zona e altre - secondo i residenti - le stanno rogitando proprio in questi giorni.
Espropriazione. È questa la parola che in questi giorni fa tremare gli abitanti della zona compresa tra il Bassone e il curvone di Trecallo, che risulta interessata dai lavori di costruzione. Tra questi ci sono gli abitanti di via al Piano, che fa parte delle aree che verrebbero “occupate temporaneamente”. Se con il termine si intenda poi l’abbattimento e la successiva ricostruzione o un allontanamento provvisorio degli abitanti, i residenti non lo sanno. Così come non sanno quanto tempo corrisponderebbe al fatidico “temporaneamente” indicato sulle carte del progetto. Tre mesi? Sei? Un anno?
«Per il momento non c’è nulla di concreto che lasci intendere che le nostre case verranno abbattute - dice Federico Valentini, geometra, residente in via al Piano - Il progetto, così com’è stato presentato, prevede un’occupazione temporanea delle nostre abitazioni. Ma noi non ci fidiamo. Abbiamo consultato degli esperti, e c’è chi dice che il rischio sia quello che, per risparmiare sui costi, venga adottata una tipologia realizzativa differente da quella presa in considerazione fino ad ora. Se inizialmente si sarebbe dovuto ricavare il tunnel sotterraneo a partire da una cavità naturale presente a una profondità di circa 14 metri, quello che temiamo è che invece si scelga di agire in modo più economico. L’alternativa consisterebbe in uno scavo a cielo aperto, che verrebbe poi coperto, andando a creare una galleria sotterranea a profondità inferiore. Questa opzione risulta molto più economica e inoltre, a differenza della prima, non richiede una modifica del piano regolatore. L’unica controindicazione - conclude concitato Valentini - è che comporterebbe l’abbattimento di tutti gli edifici sovrastanti, tra cui anche casa mia».  Dal Comune arriva l’invito a non fare dell’allarmismo. Per ora si tratta solamente di voci ed indiscrezioni, ma per chi la vive sulla propria pelle, hanno tutt’altro peso. Lo sa bene Elsa Pedroncelli, residente in via al Piano con il marito e i figli, che si dice preoccupata per la situazione: «Sono quindici anni che abitiamo qui, siamo stati tra i primi ad arrivare. Abbiamo impiegato tempo e fatica per comprare questa casa. E adesso ci vogliono mandare via? Non è giusto. Tra l’altro a pochi metri da qui vive mia suocera, che ha più di novant’anni. Come faremo a spiegarle che se ne deve andare? ».
Stessa situazione anche per Fabrizio Procida e Marika Sportelli, sposati, con due bambini di tre e otto anni: «Siamo venuti ad abitare in questa zona, cinque anni fa, per poter stare in mezzo al verde. Non immaginavamo certo che ci saremmo trovati in una situazione come questa. Non è concepibile l’idea di dover allontanare dei bambini dalla propria casa - afferma la donna - ed è per questo che intendo battermi. Come se non bastasse la ditta tessile per cui lavoro, si trova in una situazione di crisi e da qualche mese sono in cassa integrazione». I residenti non chiedono altro che venga chiarita loro la situazione. «Ne abbiamo il diritto - replica Marco Marazzi, un altro degli abitanti di via al Piano - la prossima mossa è quella di chiedere un incontro con il Comune di Como per capire se può, in qualche modo, tutelarci. Sappiamo bene che non dipende dalla giunta la decisione finale, ma crediamo sia doveroso un appoggio a tutte le persone che si trovano costrette a camminare su un filo molto sottile. Sono in gioco i risparmi di una vita e il futuro di tante famiglie».

a.cavalcanti

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