Lunedì 06 Luglio 2009

Senzatetto e disperati: la mappa
Da via Grossi a piazza Camerlata

Via Tommaso Grossi, numero quattro, ex orfanatrofio, rifugio per vite ai margini.
Su più corpi di fabbrica, cortili e giardino, è un grande stabile di proprietà comunale, sul quale si sono intrecciati per anni progetti di restauro e di recupero e anche l’accordo quadro di sviluppo territoriale Regione – Enti Locali vi fa accenno, precisando che si tratta solo di una "idea progettuale" da sviluppare in collaborazione tra pubblico ed investitori per “funzioni pubbliche e private”. Nel febbraio 2007, Regione Lombardia, amministrazione provinciale, Comune, Camera di Commercio e Centro Volta avevano condotto un sopralluogo congiunto per verificare lo stato di fatto e le prospettive e la conclusione fu da 15 milioni di euro. È il preventivo di massima per mettere mano al grande complesso che un tempo ospitava la scuola media Baden Powell e oggi, la sede della circoscrizione cinque, la scuola di educazione per adulti e altri servizi. Ma c’era anche il dormitorio comunale, dall’inverno scorso sbarrato.
Il complesso di fabbricati è tornato alla ribalta, l’altro ieri, in seguito all’aggressione di un giovane senzatetto, accusato dai compagni di aver rubato un cellulare: in tre, pure senza fissa dimora, sono stati rintracciati dalla polizia e portati in carcere con l’ipotesi di rapina.
Cristian Parravicini, 33 anni, Salvatore Padalina, 22 anni e Fabio Delbaldo,39 anni, forse saranno interrogati oggi dal gip, al quale spiegheranno l’episodio che, al di là dei contorni penali, ha alzato ancora una volta il velo su aspetti sociali sommersi, ben noti alla Caritas e a tutti coloro che si occupano degli “invisibili”, i quali, spesso, non chiedono neppure aiuto, non intendono essere aiutati, seguire un percorso di reinserimento. Fanno gruppo tra loro. In via Tommaso Grossi, infatti, si rifugiano sopratutto italiani: se trovano un modo per entrare in qualche locale abbandonato, non esitano a costruirsi un rifugio di fortuna, ma anche all’esterno, sono evidenti le tracce di notti all’addiaccio, cartoni, cartelloni, pezzi di giornale, stracci e rifiuti. La circoscrizione ha chiesto più volte interventi, ma c’è chi dice che «il degrado chiama degrado» e chi è abbandonato a se stesso, cerca luoghi abbandonati, vi passa la notte e alle prime luci dell’alba, se ne va, vaga per la città, va a mangiare alle mense della san Vincenzo o delle Guanelliane, si reca a Porta Aperta, ma tutti hanno una storia di disagio sulle spalle e vivono giorno per giorno, come dice Roberto Bernasconi, direttore della Caritas che li conosce tutti.
E tra gli emarginati, non c’è solidarietà, cercano di non mescolarsi tra loro: lo rivela la “mappa dei rifugi di fortuna” nella nostra città.
In Ticosa, sotto il ponte di via Grandi o nella ex centralina, stanno sopratutto polacchi e rumeni o, in generale, comunitari dell’Est Europeo. Persone di altre nazionalità che sopraggiungono, si accampano provvisoriamente sotto le frasche, verso il cimitero, ma restano poco. Alla periferia sud, nella ex centrale del Latte o nei capannoni diroccati, si trovano sopratutto i magrebini, gli africani, ma uno stabile è riservato agli italiani ed infatti è in via Scalabrini che la polizia ha trovato due degli aggressori. Il terzo si aggirava nella zona di Como Borghi. Fra la tangenziale e via Benzi, si alternano le etnie: da qualche mese, è il momento degli iracheni che, a loro dire, vorrebbero andare in Germania o in Inghilterra, ma non avendo né soldi, né documenti, stanno aspettando che qualcuno li trasferisca di nuovo Oltreconfine. Ma c’è chi dorme sotto i portici delle chiese, chi ai giardini, chi nel parco della stazione di Como San Giovanni e se ne ritrovano tracce anche sotto il Broletto, di tanto in tanto o nei pressi della ex chiesa di San Francesco. Vite ai margini, a gruppetti anche di giorno, che trascinano se stesse, trascinano la notte e poi  la giornata. Sempre gli stessi giorni.
Maria Castelli

a.cavalcanti

© riproduzione riservata