Mercoledì 26 Agosto 2009

Io, l'arbitro della Champions
vi svelo un retroscena della finale

Como - Massimo Busacca in redazione. Il famoso arbitro ticinese è venuto a trovarci al giornale, in compagnia del suo amico comasco Francesco Panzeri, titolare della Rpm Logistic di Chiasso. Busacca è tra i migliori arbitri del mondo, in Europa è considerato il numero uno: ha diretto la finale di Champions League a Roma tra Barcellona e Manchester United. «Vengo a spesso a Como - ha esordito Busacca - amo molto il lago, mi rilassa molto. E poi ci sono ristoranti di ottimo livello. Purtroppo devo stare attento alla linea, per fortuna amo il pesce...». Busacca prima di fare l’arbitro ha giocato a calcio. «Venivo spesso al Sinigaglia per vedere il Como. Mi ricordo una bellissima partita con l’Inter, avrò avuto 18 anni, ero in curva, vicino alla Fossa Lariana. Un tifo incredibile...». Busacca sarebbe probabilmente diventato un tifoso del Como se un amico non gli avesse fatto una curiosa proposta: «Vieni con me al corso per arbitri?».

Sinceramente non avevo mai pensato di diventare arbitro - racconta -, ma visto che con i piedi non ero un fenomeno, ho detto... proviamo con il fischietto». Anche perché, ci ha spiegato Busacca, in Svizzera ogni società di calcio è obbligata a segnalare alla federazione i possibili nuovi arbitri in relazione al numero delle squadre che intende iscrivere ai campionati. Se una società non segnala nessuno rischia di vedere respinta l’iscrizione. «La mia prima partita? Nella categoria allievi, impossibile dimenticarla. Mi trovai subito a mio agio, ero deciso e nello stesso tempo rispettato. Al termine della partita mi fecero i complimenti. Fu la prima di tante partite, ma sinceramente allora non pensavo o sognavo di diventare un arbitro internazionale...».

Provate ad immaginare: siete stati designati ad arbitrare Barcellona-Manchester United, finale di Champions League. In palio, oltre al trofeo, almeno 60 milioni di euro tra premi e sponsorizzazioni; settantamila spettatori allo stadio, milioni di persone di tutto il mondo davanti alla tv. Una responsabilità enorme, da far perdere il sonno. «Sinceramente prima della finale ho dormito senza problemi, sono andato anche a mangiare a Trastevere».  Troppo sicuro della sua bravura? No, assolutamente. Busacca ci ha colpito molto per la sua serenità e tranquillità. E per la sua filosofia. «Primo pensiero: meglio esserci che non esserci. Secondo pensiero: chi ti incarica di un compito importante vuol dire che ha fiducia in te. Perché dunque preoccuparsi più del dovuto? L’importante è arrivare all’appuntamento tranquilli e preparati».

«L’errore ci sarà sempre: sbaglia il campione e sbaglia l’arbitro. Ma il margine dell’errore può essere ridotto mettendo l’arbitro in condizione di fare bene il suo lavoro, come se fosse un calciatore "professionista". Mi piace molto la strada intrapresa in Italia da Collina, che ho conosciuto personalmente quando arbitrava. Ritiri, corsi di aggiornamento, studio della tattica delle squadre, incontri con i calciatori sono molto importanti nella crescita di un arbitro. C’è poi la questione economica: ad alti livelli l’arbitro deve essere una professione, non un secondo lavoro».

«Io non chiudo mai la porta, anche perché la tecnologia fa parte della nostra vita quotidiana. Pensate solo ai radiomicrofoni che permettono la diretta tra arbitro e guardalinee, impensabili anni fa. Ora si proveranno anche gli arbitri di porta, sono esperimenti importanti. La moviola? Guardando le discussioni in tv scopriamo che spesso le immagini non riescono a cancellare i dubbi, nemmeno dopo 10’ di dibattito. Provate ad immaginare cosa accadrebbe in campo, ci sarebbero delle pause infinite e altri problemi. Per esempio: se scopriamo che non era fuorigioco come dovrebbe essere ripresa la partita? Ci sarebbe da rivoluzionare il regolamento...». Sabato Busacca arbitrerà Lucerna - San Gallo, il 5 settembre Danimarca - Portogallo: «Per me non esiste una partita più importante di un altra. Mi piace arbitrare, se mi chiamano per scapoli-ammogliati... non dico di no».
Riccardo Bianchi

s.ferrari

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