Il magistrato Davigo e l'Italia
del "severamente vietato"

Un'ora e mezza di lezione ai trecento ragazzi del Gallio del magistrato Piercamillo Davigo, ex pm di Mani pulite. Il suo senso della storia e l'idea di legalità

COMO Sul più bello, il finale di discorso, gli è partito il "Can can". Maledetta suoneria del telefono.
Benedetta anzi, perché poche note musicali scattate in perfetta e straordinaria sincronia con l’epilogo d’una e mezza di lezione ai trecento ragazzi del Gallio, raccontano di Piercamillo Davigo più d’un trattato. Non che egli sia uomo da "Moulin Rouge" o da cabaret parigino della Belle epoque, ma della Francia è un ammiratore certo. Lo confessa lui stesso, quando scende dal palco e nell’auditorium non è rimasto nessuno. «Lei è mai stato a Versailles? - domanda a bruciapelo - Lì ci sono i quadri delle grandi battaglie francesi, solo quelle che hanno vinto, perché sono degli sciovinisti, ma il primo dipinto tratta una battaglia del 480. Loro sono uno Stato da millecinquecento anni, noi da soli centocinquanta».
Piercamillo Davigo è un uomo d’altra terra e d’altro tempo, catapultato in Italia suo malgrado, ostinandosi egualmente a servirla con rigore e puntiglio. Una pignoleria che ai tempi di Mani pulite aveva contribuito a battezzarne il soprannome: Piercavillo. E che ha confermato anche ieri, quando proprio non ce la faceva a non citare quell’articolo, piuttosto che quell’altro. Parimenti - gli va ascritto a  merito - è riuscito nel compito arduo di intercettare l’attenzione dei ragazzini delle medie, parlando di rispetto delle regole, di legge da rispettare purché sia giusta, di legalità da costruire come valore. Lo ha fatto illustrando esempi, raccontando storie e persino leggendo una pagina de "Il Piccolo principe", con quella esse col soffio (per capirci, la esse di "sorbole" in bolognese) che quando parla lo rende simpatico, bonario. Bonario, non buonista. Il meglio, in questo senso, lo ha dato nella seconda parte dell’incontro, quando gli studenti lo hanno imbeccato con domande ingenue ma non banali. Ecco allora che Davigo, l’uomo che s’è sempre sottratto ai riflettori («Perché non sopporto la gazzarra che in Italia si fa sotto i riflettori») ha risposto con schiettezza.
Qualche esempio. Il federalismo? «Una soluzione illusoria. La Sicilia è la regione più autonoma e dunque federalista che esista e gli scempi che accadono sono sotto gli occhi di tutti. Altro che federalismo, lì ci vorrebbero impiegati pubblici importati direttamente dal Brennero, magari che parlino esclusivamente il tedesco, e che pongano fine al dissesto».
Il presidenzialismo? «Un falso problema. Ha più poteri e competenze esecutive un presidente del consiglio italiano di un presidente degli Stati Uniti».
Le riforme? «Gran chiacchiere. Altro che eliminare il bicameralismo perfetto per rendere più efficiente il Parlamento. Il problema non è fare altre leggi, bensì eliminare le troppe che già ci sono adesso. La crisi di legalità è dettata proprio dalla presenza di troppe regole. Pensiamo che in Italia esiste tuttora un "delitto" per chi cancella il timbro del tram sul biglietto. Per un danno da un euro si prevedono tre gradi di giudizio».
E poi il concetto che ha espresso con più vigore, la differenza tra cittadino e suddito. «Il cittadino ha pochi obblighi, fatti rispettare rigorosamente, che prevedono pene severe per chi li infrange. Il suddito invece è sottoposto a tantissimi obblighi, con grande tolleranza se vengono infranti, salvo farli pagare tutti ai pochi che finiscono nel mirino della giustizia. In Italia siamo in una situazione di sudditi piuttosto che di cittadini. Siamo l’unico paese al mondo, credo, in cui il "vietato" è preceduto dal "severamente". Da noi una proibizione semplice non basta, come se il divieto potesse essere distinto in divieto severo o divieto sì, ma solo un po’».
Giorgio Bardaglio

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