Lunedì 02 Novembre 2009

Mister Sonny Rollins al sax
La leggenda vivente a Milano

COMO Non sapremo come e cosa suonerà stasera, per l’apertura di Aperitivo in concerto al Teatro Dal Verme di Milano, alle 21 (biglietti a 129 euro). Ma poco importa, quello che stupisce è che Sonny Rollins a ormai quasi ottant’anni abbia ancora la voglia (e la forza) di mettersi in cammino per un tour europeo. A Milano manca da diciassette anni e quando in giugno si cominciò a vociferare di questa sua data erano appena usciti i primi due volumi dei suoi archives. Sonny Rollins aveva un gran voglia di farlo sapere al mondo. Chi lo ricorda al teatro dell’Opera di Roma ormai quasi un decennio fa o nelle più recenti sue sortite a Umbria Jazz riporta di un musicista infaticabile. Nella Capitale suonò per oltre due ore senza sosta, alternando standard del repertorio hard-bop di cui contribuì a forgiare il linguaggio ai più celebri suoi temi venati di calypso, uno dei suoi grandi amori di sempre. C’è da giurare che non sarà da meno stasera, le cronache recenti lo danno in forma sia da un punto di vista musicale che umano. E la band è ormai rodata: quattro sesti sono collaboratori di lungo corso, primi tra tutti Bob Cranshaw al contrabbasso e Clifton Anderson al trombone. A qualcuno verrà anche il desiderio di ballare e di certo il buon vecchio Sonny non se ne avrà a male. Figura chiave degli anni cinquanta e sessanta, nei primi fu pioniere dei cambiamenti in corso, nei secondi autorità acquisita, Sonny Rollins ha sempre amato affiancare un po’ di riflessione alla sua vicenda artistica: niente paroloni o tomi accademici ma leggerne le interviste ha sempre lasciato trapelare una figura accorta e consapevole. Della propria musica come della figura d’artista e del rilievo che questa può avere. Poi è simpatico, non c’è che dire, basterebbe osservarlo nella sua ultima incarnazione santaclausesca per capire come sia uno che non ama prendersi troppo sul serio. Emerso all’ombra della prima stagione del bop, divenne il sassofonista di punta della corrente che ne riprese e ampliò gli stilemi un decennio più tardi. Il fraseggio vigoroso e il suono robusto lo imposero come modello. Si trovò a duellare a distanza con John Coltrane, raramente soffiarono insieme sugli stessi dischi, ma Rollins ha sempre prediletto una certa attenzione per lo sviluppo melodico di un tema, laddove Coltrane era infaticabile nello sviscerarne le armonie. L’attenzione all’elemento ritmico è sempre stata un’altra caratteristica fondamentale del fraseggio di Rollins, ancor più spesso alla ritmicità di una melodia data. Lo si ascolti reagire alle sollecitazioni di Philly Jo Jones in uno dei pochi album targati Blue Note, Newk’s Time, o ancor più nelle session dal vivo al Village Vanguard in cui alla batteria siede proprio quell’Elvin Jones che anni più avanti avrebbe sperimentato in duo con Coltrane. L’amore per le forme caraibiche, capaci di coniugare cantabilità e vigore ritmico, ne sono la conferma. Ancora: pochi sanno che Rollins esordì discograficamente nell’orchestra di Babs Gonzales, un’atipica figura di cantante formatosi nel bebop ma che pescava a piene mani nel jive e nel rythm&blues per ammorbidirne le asprezze. E questa capacità di rendere amabile un tema complesso senza svilirlo è rimasta avvinghiata a Sonny Rollins fino ad oggi. Poi ci sono i ritiri spirituali, le sassofonate sotto i ponti, gli anni sabbatici e le pietre miliari incise per la Prestige su cui hanno strologato in molti. In una di queste session però c’è una perla: Miles Davis, che aveva portato Rollins alla Prestige e con cui aveva diviso molte sedute di registrazione, un bel giorno decide di sedersi al pianoforte per accompagnare l’amico: I know, contenuto in Sonny Rollins & The Modern Jazz Quartet, è il brano incriminato. E poi…a stasera.
Andrea Di Gennaro

a.cavalcanti

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