Antonio Ratti e i cavalieri
che fecero grande Como

Il vocìare dei bambini, le famiglie radunate, i dipendenti in festa hanno esaltato ieri nella più grande azienda tessile comasca il significato dell’impresa come la intendeva il suo fondatore. Antonio Ratti, classe 1915, scomparso nel 2002, ricordato e festeggiato nel centesimo anniversario della nascita.

Definirlo solo grande imprenditore sarebbe molto, molto riduttivo. Antonio Ratti è stato uno dei quattro cavalieri che hanno fatto grande Como.

Di Antonio Ratti si possono scrivere libri. Qui si può dire che con suo cugino Enzo Ratti, fondatore del Bennet, con Giuseppe Mantero, l’altro grande nome del tessile, e con Piero Catelli, fondatore dell’Artsana, è stato uno dei quattro cavalieri (del Lavoro) capaci di imprese da romanzo.

Dopo il Setificio, appena finita la guerra, si mise a lavorare avviando la sua attività. Dimostrò subito la qualità dell’imprenditore e un talento prezioso, quello dell’artista. Unendo queste due doti riuscì a creare un impero industriale ed economico che gli conferì un profilo nazionale e persino internazionale.

La Ratti era leader mondiale nella seta e si approvvigionava della materia grezza in Cina quando ancora c’era Mao. Importava tanto ed era uno dei migliori clienti mondiali per Pechino. Si diceva allora che l’italiano più famoso in Cina non fosse il presidente della Repubblica di turno o Agnelli o Ferrari, ma lui, proprio lui: il comasco Antonio Ratti. Era vero.

Aveva personalità e un carisma speciale che altri grandi del nostro Paese gli riconoscevano tanto da volerlo vicino e seduto allo stesso tavolo in quelli che erano i salotti buoni del capitalismo italiano come i consigli d’amministrazione di Mediobanca del suo amico Enrico Cuccia, delle Generali di Antoine Bernheim, della Rcs del Corriere della Sera controllata dall’altro suo estimatore, Gianni Agnelli.

Antonio Ratti sedeva con i grandi e si curava dei piccoli, delle persone normali, dei tanti collaboratori ai quali riservava un’attenzione speciale.

Lui che era più artista e dal suo tavolo di lavoro alla Sucota mirava il lago e la città, a uno di loro aveva affidato la gestione del gruppo: il ragionier Bruno Gentili, compianto presidente dell’Ucid. I dipendenti della Ratti godevano di uno statuto speciale non scritto: lui - come amavano dire tanti altri industriali comaschi - non licenziava nessuno.

C’è stato lo sbarco in Borsa, la costituzione della Fondazione Antonio Ratti, la grandissima operazione del l’”Antonio Ratti Textile Center” al Moma di New York e ci sono state anche le prove della vita come il rapimento di una figlia.

Ancora tre piccoli episodi per ricordare un uomo che anche solo parlando trasmetteva la sensazione di una grandezza assoluta. L’amicizia con Gianni Bulgheroni, come lui classe ’15, e l’aiuto che gli offrì nel dramma della crisi Fisac. Poi lui, già anziano, che all’uscita di un cda di Villa d’Este si presta per un’intervista mentre dice all’autista delle Mercedes nera di preparargli un panino che mangerà lungo il viaggio per Milano dove l’attendeva un vertice in Rcs. Infine, uno degli ultimi mesi alla Fondazione Ratti durante l’inaugurazione di una mostra, seduto sul divano mentre sorride e accarezza il capo della bionda adorata nipotina.

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