I ragazzi e la fatica  di vivere tra i divieti

I ragazzi e la fatica

di vivere tra i divieti

Una pagina Word aperta sul computer e due righe dattiloscritte: “Mi sono stancata di non poter vedere i miei amici. Me ne vado”. Così, nell’anno-Covid 2021, un genitore viene a sapere che la figlia è scappata di casa. Oppure capita che l’annuncio arrivi via Messenger: cambia poco.

Resta lo spavento provato dai genitori delle due ragazze comasche di 14 anni nel momento in cui hanno appreso che tutta l’insofferenza, l’umor nero, gli sbuffi e le facce lunghe con cui avevano dovuto confrontarsi negli ultimi tempi nascondevano ben più della comune irrequietezza adolescenziale. Erano i prodromi di una decisione tanto improvvida quanto concreta: andarsene di casa e, nel contempo, liberarsi del lockdown. A giocare con le zone rosse, arancioni e gialle, con i decreti incomprensibili, le autocertificazioni, il distanziamento sociale, la scuola via Zoom, i Recovery Fund e compagna bella, continuassero pure gli adulti. A loro premeva qualcosa di più importante: continuare a vivere.

Il finale, lo sappiamo, è lieto: intercettate dai carabinieri dopo una notte trascorsa in un parco pubblico, sono tornate a casa, alla didattica a distanza, ai colloqui con gli amici e le amiche tramite WhatsApp o qualunque altra app sia diventata di moda questa settimana. Rimane però vivo l’allarme che, come hanno sottolineato i militari nel ricondurre le due giovani ai genitori, non riguarda solo loro, ma tanti ragazzi provati oggi, per via dell’isolamento domestico, da quella che viene definita “fatica emotiva”.

Scappar di casa, va detto, non è fantasia che ha bisogno del Covid per insinuarsi nelle menti degli adolescenti. E’ il desiderio, che una certa età porta con sé, di diventar grandi tutto d’un colpo, una volontà che si impone proprio mentre in casa non ne vogliono sapere di concederci un sacrosanto passaporto di indipendenza.

E allora via, verso un mondo dove non esistono domande come “hai fatto i compiti?” o “hai messo in ordine?”, dove non ci sono orari – tantomeno imposti con decreto governativo - per incontrare amici e amiche e dove non c’è ombra di quelle tremende seccature, inquisizioni, incomprensioni che tormentano le giornate dei giovanissimi.

Incomprensioni? Certo: i genitori per definizione sono coloro che non capiscono. La nonna è gentile e carina, per carità, ma è chiaro che appartiene a un altro mondo: andava ai concerti dei Beatles insieme a Napoleone o qualcosa del genere. Il fratello minore? Ha mai afferrato qualcosa, nella storia dell’umanità, il fratello minore?

Chi scrive ha sempre avuto la tendenza a infilare il naso tra le pagine dei libri e immaginava dunque una fuga da casa in stile Tom Sawyer-Huckleberry Finn. Più Huckleberry che Tom, a dire il vero: quegli, infatti, non aveva neppure una casa dalla quale fuggire. Il mondo era la sua casa: il grande fiume Mississippi, una capanna tra gli alberi, la pesca, il richiamo delle sirene dei battelli a doppia ruota a interrompere, ogni tanto, la quiete pomeridiana.

Un gran bel sogno, impedito nella realizzazione solo dalla penuria di affluenti del Mississippi nel Nord Italia, dalla difficoltà di erigere capanne nei boschi senza incorrere nelle ire di qualche adulto, dalla pesca permessa soltanto con apposita licenza e, soprattutto, da un’incomprensibile carenza di battelli a doppia ruota.

Inoltre, occorreva constatare che non sempre era pomeriggio: praticamente ogni giorno calava la notte e con la notte arrivava il freddo e la necessità impellente di un tetto. E poi il mondo là fuori non diventava improvvisamente libero solo perché lo si voleva tale e comunque, se quella era la libertà, bisognava ammettere che era scomoda quanto una panchina nel parco a gennaio. Insomma: il desiderio di indipendenza non fa l’indipendenza, questa la lezione da imparare.

Lezione certamente imparata dalle ragazzine di Como, dalle quali, però, è giusto che a nostra volta apprendiamo qualcosa. Per tutti, ma soprattutto per i ragazzi, la socialità non è qualcosa di astratto e vago, di cui si può fare a meno a comando.

Certo, l’urgenza di combattere il Covid ci impone restrizioni, distanze, sopportazione. Per quanto necessità, tutte queste cose restano anomalie del vivere, e ne pagheremo le conseguenze. Anzi, le stiamo già pagando. Ce ne siamo accorti, è vero: ma forse ne stiamo discutendo in termini sbagliati, certamente inutili. Ne discutiamo in quel modo barricadero e litigioso senza il quale oggi siamo incapaci di aprir bocca. Da un lato i “rigorosi”, dall’altro i “libertari”: nessuna via di mezzo. Ebbene, questi assoluti non ci porteranno sani e salvi fuori dall’epidemia. I più fragili cercano una fuga verso un mondo inesistente fatto di amici e di compagnia, per raggiungere il quale credono basti chiudersi la porta di casa dietro le spalle, mentre noi siamo troppo distratti dal suono della nostra stessa voce per cercare di aiutarli. Non che sia facile, per carità, ma d’ora in avanti, mi raccomando, cerchiamo di usare meglio il tempo speso per preoccuparci di cose come le gesta del prode Ciampolillo.


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