Il Papa in Iraq
Atto di coraggio
e di politica

Il Papa in Iraq Atto di coraggio e di politica

È un atto di coraggio. Ha ragione il cardinale Louis Raphael Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, a definire così l’annuncio del viaggio di Papa Francesco in Iraq per il mese di marzo fatto ieri dalla Santa Sede. È un atto di coraggio che dà speranza ai cristiani, ma è un atto anche che rilancia la geopolitica della regione e inchioda le responsabilità della Comunità internazionale che ha infilato il Medio Oriente e tutta la regione a sud tra il Tigri e l’Eufrate fino ai confini con l’Iran in un cono d’ombra per mancanza di idee, di soluzioni possibili, di audacia diplomatica. Forse non è un caso che l’annuncio di ieri sia arrivato dopo le elezioni americane vinte da Joe Biden. Il nuovo inquilino della Casa Bianca probabilmente non riuscirà nell’impresa di chiudere le guerre infinite in Iraq e in Afghanistan, ma sicuramente cambierà lo stile rispetto a Donald Trump. Il Papa può dargli una mano.

Nel dibattito di una nuova definizione dello scacchiere mediorientale l’annuncio del viaggio del Papa diventa così un scossa, un’iniezione di freschezza geopolitica, insomma un’idea, anche per il fatto che riporta all’attenzione internazionale un conflitto dimenticato. L’Iraq non è terra di pace, né pacificata. Le tensioni tra etnie, che identificano le religioni con la sola eccezione dei cristiani, sono solo congelate e ogni tanto riesplodono. E la politica di Trump che ha favorito i cosiddetti Accordi di Abramo tra Israele ed Emirati e un avvicinamento di Tel Aviv all’Arabia Saudita non ha affatto rilanciato le speranza di una soluzione geopolitica per l’area, né, anzi al contrario, ha favorito la possibilità di intese con il grande convitato di pietra l’Iran.

Bergoglio è stato l’unico leader a inventare “cose nuove” di fronte al disordine mondiale che in questa parte del mondo arriva alla follia di guerre che mai hanno fine, per le quali non c’è altra soluzione che un deciso cambio dei paradigmi fin qui perseguiti.

La firma del Documento di Abu Dhabi insieme al Grande Iman dell’Università di Al Azhar ha segnalato una via, unica possibile e cioè che o l’avvenire si costruisce insieme oppure avvenire non c’è. E’ quello che Bergoglio ha definito più volte un “compito urgente”, la costruzione di ponti tra popoli e cultura. Lui andrà in Iraq, naturalmente pandemia permettendo, proprio per questo. Lo indica l’itinerario annunciato ieri alla Santa Sede. C’è Bagdad, ma c’è anche Mosul, l’antica Ninive, dove in una notte durante la guerra del Califfato erano stato cacciati tutti i cristiani e dato fuoco al patriarcato assiro, mentre il Patriarca caldeo Sako inviava drammatici appelli inascoltati a tutte le Cancellerie, ai giornali e alle istituzioni culturali.

E c’è la piana di Qaraqosh, simbolo dell’esodo dei cristiani, attorno alla quale da sempre nella storia si sono messi in gioco gli equilibri dell’intero Mediterraneo. Lì in quella piana le liturgie si celebrano ogni giorno in aramaico, la lingua più antica del cristianesimo. Poi c’è Ebril, capitale del Kurdistan iracheno crocevia di ogni tensione geopolitica dalla Turchia all’Iran, dalla Siria all’Iraq. E infine il Papa andrà ad Ur dei Caldei, da dove è partito Abramo, da dove tutto è cominciato e dove ha preso avvio un cammino e sono stati creati luoghi di incontro, a volte di scontra, ma in ogni caso luoghi di scambio, crocevia di saperi e di culture in Asia, Africa, Europa, piattaforme girevoli che hanno visto nel Mediterraneo il fulcro centrale e dove oggi è necessario più che mai sentirsi “fratelli tutti”.

Il Papa va in Iraq per sbaragliare ancora una volta visioni contrapposte e riproporre invece grandi opportunità. Lo voleva già fare Giovanni Paolo II nell’anno Duemila, ma gli fu impedito.

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