Incapaci di vedere più lontano di un virus

Incapaci di vedere
più lontano di un virus

Ormai se non prendi il Covid vuol dire che non sei nessuno. Fra i tanti effetti deleteri della pandemia, uno dei più rovinosi è quello di aver fatto piazza pulita di ogni altro argomento e di aver redatto un’agenda monotematica che, quasi dittatorialmente, prevede un unico argomento, un’unica attenzione, un unico oggetto di analisi. Come se tutto il resto, tutto quello che non gravita in via diretta o indiretta attorno al virus, non esistesse più.

E invece, basta uscire dalla bolla medica, mediatica e comportamentale nella quale ci siamo inevitabilmente infilati nel marzo scorso, dalla quale ci eravamo illusi di emergere quest’estate e nella quale siamo invece inesorabilmente ripiombati da qualche settimana, la realtà va avanti tranquillamente per la sua strada. Perché la realtà se ne frega delle nostre esigenze, delle nostre fobie e delle nostre ipnosi, per quanto possano essere spesso giustificate. La realtà è sempre molto più complessa delle semplificazioni con le quali ci balocchiamo e grazie alle quali pensiamo di risolvere i problemi della vita. Ok, adesso c’è il Covid, ma una volta sconfitto tutto sarà a posto, tutto sarà come prima, tutti quanti saremo sereni, felici e realizzati. Ingenui.

Bastano giusto un paio di episodi a caso per dimostrare quanto questa teoria infantile non regga la prova della vita vera. Qualche giorno fa, chi scrive questo pezzo era a colloquio con un imprenditore medio-piccolo - una quindicina di milioni di fatturato, una quarantina di dipendenti - che gli ha raccontato con quanto scrupolo avesse applicato in azienda tutte le norme del protocollo sanitario e con quanta attenzione i suoi collaboratori le avessero rispettate non solo lì, ma anche nella vita privata e in ambito familiare. Mascherine certificate, distanziamento rigoroso, lavaggio delle mani, nessun rischio di assembramento, ricambio dell’aria impeccabile, continua sanificazione dei locali: davvero tutto a norma, davvero tutto perfetto, con grande scrupolo, con grande senso civico, con grande tutela per i più anziani, i più fragili, i più esposti. E così, dopo tanti mesi trascorsi senza il benché minimo incidente, senza contagiati, senza positivi, era venuto spontaneo farsi i complimenti tra loro per quanto erano stati bravi e quanto erano stati lungimiranti e quanto stavano tutti bene. Il giorno dopo, durante un normale screening, a uno di quei dipendenti è stato diagnosticato un cancro. Un cancro asintomatico, naturalmente.

Qualcuno dirà: e che c’entra? C’entra eccome. Ed è una riflessione spiazzante, profondissima, pedagogica. La vita, con le sue meraviglie e il suo schifo, con la sua poesia e le sue infamie, le sue ingiustizie, la sua spietatezza, se ne frega del Covid e della nostra paranoia del Covid. Il Covid le fa un baffo, alla vita, è un risibile e momentaneo piccolo elemento appena significante che non intralcia il cammino della biologia verso il suo fine - la morte dell’individuo, la sopravvivenza della specie - che prevede mille e mille modi per star male, per soffrire, per morire, tutti modi che c’erano prima del Covid, ci sono adesso mentre il Covid spadroneggia sulle tv, sui social, sui giornali e ci saranno anche quando il Covid sarà solo un vecchio ricordo grisaille dei tempi bui che furono. Memento.

Ed è giusto di un paio di giorni fa la notizia di quell’oscuro professore di storia e geografia alle scuole medie di una cittadina alle porte di Parigi che, reo di aver tenuto una lezione sulla libertà di espressione ai suoi allievi e di aver mostrato loro alcune caricature di Maometto pubblicate dal giornale satirico “Charlie Hebdo”, è stato sgozzato e decapitato in mezzo alla strada da un estremista islamico diciottenne che, prima di essere ucciso dalla polizia, ha pure esibito il suo trofeo su Twitter. Sarà perché i due, il professore e il suo boia, non risultavano positivi al virus sono finiti a pagina venti dei vari autorevoli e prestigiosi giornali nazionali. E anche questo, se vogliamo, è un bel memento.

Cosa vale di più, la salute di noi e dei nostri cari o la libertà di espressione per noi e i nostri cari? Cosa è più importante? Qual è il valore più assoluto, per il quale essere disposti al più estremo dei sacrifici? La domanda è maliziosa e, in fondo, anche scorretta e forse non si può che rispondere che tutte e due allo stesso grado sono valori assoluti. E invece, a quanto pare, la prima vale tutto, la seconda non vale quasi più niente, perché in questo - lungo - momento tutto quello che non gravita attorno alla sfera di contatto con il coronavirus vale oggettivamente meno di zero.

Ora, è vero che c’è una epidermica insopportabilità dei disegnatori di “Charlie Hebdo” e del loro ancor più insopportabile laicismo arrogante - il laicismo talebano fa danni tanto quanto il fondamentalismo talebano, questa è la verità - che li ha fatti sconfinare più e più volte dal sacrosanto principio di libertà a quello della più ignobile empietà, a tal punto da suggerire a Papa Francesco, pochi giorni dopo la strage del gennaio 2015, il più straordinario e violento dei suoi interventi: «Se dici una parolaccia contro la mia mamma, ti do un pugno!». Ma, d’altra parte, è inquietante come la nostra soglia di attenzione verso un atto barbaro e intollerabile come quello accaduto al docente francese sia scesa di mille gradini rispetto alla rivolta morale che ci aveva pervaso dopo la mattanza dei disegnatori.

Ma crediamo davvero che tutto il mondo, anzi, che tutto l’universo si sia fermato e concentrato sulla pandemia? Crediamo davvero che le mille dinamiche composite che lo lacerano, lo strattonano e lo insanguinano siano ricomposte in paziente attesa della fine del terrore virale per poi riprendere tutti quanti insieme la grande baldoria, il grande scialo, il grande caos? È davvero questo che abbiamo capito della vita? Se è così, forse non abbiamo capito un bel niente e non sarà certo un tampone positivo a darci la risposta.


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