La Casa del fascio
tra corsi e ricorsi

Prima opzione: certi amori come quello tra Como e la Casa del Fascio non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Storpiatura di un brano stranoto di Antonello Venditti.

Seconda opzione: sullo stesso edificio si applica la teoria dei corsi e dei ricorsi storici, di Giambattista Vico. Si scelga quella che piace di più, la sostanza non cambia.

Sono passati 60 anni e più e Como ancora si interroga sul futuro del monumento di Terragni. Troppo bello forse per avere una storia normale e un curriculum lineare. A oggi, ma di certo in qualche archivio ci sarà, non si trova per esempio nessun documento che dica quando esattamente la Casa è diventata di proprietà dello Stato.

Costruita con i soldi del Comune e dei comaschi, alla caduta del fascismo passò all’Amministrazione delle Finanze dello Stato. Non prima però di essere stata occupata dai partiti e dall’associazione culturale Ymca di stampo americano che ne fece, per un solo anno, un polo culturale molto apprezzato dai comaschi.

Como già allora capì che dentro il palazzo del Terragni ci stava bene una sede culturale, libri, film, dibattiti e anche uno spazio dove far fare pratica agli aspiranti giornalisti del tempo. Si fece, e allora funzionò, oggi si vorrebbe fare e non si sa se funzionerebbe.

Capitolo Finanza. Nel 1956, lo scrissero proprio su questo giornale, lo stabile era già dello Stato. Quell’anno, il 16 luglio, apparve un avviso del tribunale di Como che annunciava la vendita all’incanto dell’immobile. Allora, già allora, si riconosceva alla Finanza di aver dato un “decoroso riassetto” all’opera del Terragni e allora, già allora, si scriveva che il comando era disponibile a lasciare liberi gli spazi a vantaggio di una diversa utilizzazione degli stessi da parte del Comune. La Finanza se ne sarebbe andata, ma a patto, allora come oggi, che ovviamente gli si fosse trovata un’altra sede idonea.

Il tribunale avvisò che l’immobile sarebbe stato messo all’incanto in quanto lo Stato aveva perso una causa intentata dalla Combattenti di Erba che vantava nei suoi confronti un credito di 115mila lire. L’asta - base dell’incanto poco più di 20 milioni - non si fece e la Casa del Fascio restò pubblica, non del Comune però, ma dello Stato. Forse le carte potrebbero chiarire il perché della mancata acquisizione del bene da parte del Comune.

È curioso vedere come la storia fatichi ad essere nuova e come le diatribe, gli equivoci, le discussioni si ripropongano. Cambia il lessico, il modo di scrivere e quello di arrabbiarsi, ma non cambia il nodo delle vicende.

Anche andando a mettere il naso tra i documenti degli anni Quaranta e Cinquanta non si capisce bene perché nella Casa del Fascio un polo culturale non sia mai nato, che non sia destino? Quello dall’Ymca è durato solo un anno, piaceva a tanti comaschi, ma si ritenne opportuno chiuderlo presto. E la Finanza? Come si può essere ancora qui dopo tanti decenni a rifarsi le stesse domande? Possibile che nessuno in tanto tempo abbia mai trovato una soluzione? Purtroppo sì, è possibile. Ma allora, per finire con un sorriso, bisognerebbe accogliere l’invito di Gigi Marzullo: ci si faccia una domanda e ci si dia una risposta. E se la risposta è troppo difficile da dare vorrà dire che non si è ancora pronti a superare questo esame.

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