Se la vita è solo attesa

prolungarla non serve

In un’intervista di qualche tempo fa in occasione del suo compleanno, Giuliano Ferrara - che nonostante tutto resta pur sempre un genio - ricordava che, in fondo, arrivare a cinquant’anni è un po’ come aver già vissuto due volte.

Forse a prima vista può sfuggire, ma questa analisi spiazzante e profondissima si basa sulla constatazione che nei suoi primi venticinque anni un essere umano sperimenta tutto: nascita, infanzia, adolescenza, ingresso nell’età adulta, percorso scolastico ed eventualmente universitario, militare (quando si faceva), immissione nel mondo del lavoro (per quanto precario). Ma, soprattutto, ha già sentito sulle proprie carni il bruciore delle esperienze fondanti, dei sentimenti basilari, delle emozioni, delle pulsioni che contraddistinguono la polpa della nostra avventura nel mondo: amore, odio, ira, foia, vertigine, abbandono, malinconia, solitudine, ansia, lutto. Nel nostro piccolo, anzi, nel nostro microscopico, tutto è stato vissuto, tutto è già storia: hai tradito e sei stato tradito, hai deluso e gli altri hanno deluso te, le parole non dette, i piccoli gesti non fatti, i rimorsi, le occasioni perse, le ingiustizie subìte, lo scialo del tempo causato da una patetica presunzione di eternità, le vendette meschine, le infide piccinerie associate però, ogni tanto capita, ai colpi di genio, alle passioni focose e purissime, a quegli attimi fuggenti ma perfetti che hanno fatto dire a Flaiano che i giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono cinque o sei in tutto: gli altri fanno volume.

Insomma, a venticinque anni tutto è già compiuto. Quelli successivi rappresentano solo una replica, con mille varianti, certo, di quello che è già stato. E se è così, figuratevi allora quelli che arrivano a settantacinque e quelli che hanno la fortuna di spingersi ancora più in là, alla ricerca del quadruplice traguardo.

È una provocazione discutibile, ma feconda, quella di Ferrara, che è tornata alla mente quando, qualche giorno fa, i giornali hanno pubblicato le statistiche sulle aspettative di vita degli italiani che, per la prima volta dopo tantissimo tempo, riportano un segno negativo: due mesi di vita in meno per ognuno di noi. Questa è una notizia, niente da dire, ed è giusto che si sia cercato di capire il perché. Conseguenza della crisi e quindi dei tagli lineari alla sanità? Meno prevenzione individuale, visto che quando il portafoglio piange la prima cosa che salta è la spesa ritenuta non indispensabile? L’aumento soffocante dei livelli di stress, di inquinamento, di cattiva alimentazione, di pessima qualità del vivere, tutti sintomi di un paese e di una società allo sbando? Forse tutto questo e forse mille altre concause messe assieme o forse solo un mero incidente di percorso, visto che rimaniamo sempre e comunque il paese più longevo assieme al Giappone e a pochi altri.

Ma è poi davvero questo il vero punto?È questo il vero problema? C’è veramente tutta questa differenza tra due mesi in più o in meno? È proprio questa la notizia? Cosa cambia tra gli ottantavirgolauno di oggi rispetto agli ottantavirgolatre dell’anno scorso per gli uomini e tra gli ottantaquattrovirgolasette invece di ottantacinque per le donne? E allora? Cosa mai sarebbe cambiato in quei sessanta giorni di esistenza in più? È proprio l’allungamento indefinito del nostro respiro l’unico orizzonte plausibile di questa nostra civiltà esausta e declinante? È come se fossimo perennemente schiacciati dall’angosciosa domanda dell’androide di Blade Runner al suo creatore: “Io voglio più vita, padre!” e non riuscissimo ad accettare la condizione base degli esseri umani. La loro finitezza. Sai che trovata, direte. Sono tremila anni che ci balocchiamo con questa questione da niente, cosa vuoi che aggiunga al tema una statistica che fotografa l’Italia del 2015? Probabilmente nulla, se non il monito semplicissimo che, alla resa dei conti, la lunghezza del percorso non conta niente. Niente di niente. C’è chi campa cent’anni e chi non supera la sua prima notte. Non ha senso, ma è così che funziona. Non ci sono vite abbastanza lunghe per chi vuole bene, non ci sono giorni ideali per morire perché, come nel colloquio tra il cavaliere e la Morte nella magistrale sequenza iniziale del “Settimo sigillo” - “Sei pronto? “Il mio spirito lo è, non il mio corpo” -, tu rimani attaccato all’esistenza come un pitosforo alla siepe. Alla faccia di tutto e contro tutto. Forse perché capisci perfettamente che è l’unica cosa che hai.

È questo il vero punto. A che serve prolungare la vita all’infinito se è solo attesa, cosa contano due mesi se si sono sprecati gli anni e i decenni nel nulla e nel niente, a sgambettare sulla ruota del criceto, a intrupparsi nel gregge dei pecoroni, a deglutire lo straniamento di senso dell’ipocrisia perbenista, a subire la schiavitù dello spirito del tempo, del regime omeopatico, dell’abbruttimento collettivo, del conformismo di massa che tutto rumina, tutto tritura e tutto svuota di significato? Se il cielo è vuoto nulla serve, se Dio non c’è il dolore non ha senso, se Dio non c’è ogni cosa è lecita. Questa è la vera domanda. Non struggersi perché abbiamo perso due mesi.

In fondo, per un gatto è molto meglio vivere tre anni da randagio attaccabrighe, libero e libertino che quindici spazzolato, infiocchettato e spupazzato da una megera possessiva e soffocante. Durare e basta è il nuovo totalitarismo, il peggiore, il più suadente, il più mostruoso. Ed è un mostro che affonda le radici nella parte più debole e indifesa di noi esseri ridicoli e che invece dovremmo avere la forza di smontare pezzo a pezzo. Affidandoci magari all’ironia drammatica e spassosissima, figlia della cultura dei nostri fratelli maggiori, che ha consentito a Woody Allen di coniare un aforisma strepitoso sulla vita, la sua lunghezza e, soprattutto, sul suo significato così insensato e così sfuggente: “Ho smesso di fumare. Vivrò una settimana in più. In quella settimana pioverà sempre…”

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