«C’era una fiamma da non spegnere. Sacchetti è il top»

Santoro, il general manager di Cantù, e il nuovo corso tecnico della squadra

«C’era una fiamma da non spegnere. Sacchetti è il top»
Sandro Santoro (Pallacanestro Cantù)
(Foto di Butti)

Sette giorni per fare la rivoluzione. E passare dalla batosta di una mancata promozione in A all’ingaggio dell’ex ct della Nazionale. In un attimo. Due, innegabilmente, sono gli uomini del momento alla Pallacanestro Cantù. Romeo Sacchetti e... lui, Alessandro Santoro.

C’è qualcuno che pensa di chiamarla San Toro...

Gli appellativi che santificano li lascio a chi li merita davvero. Noi comuni mortali ci limitiamo a cercare di fare al meglio le cose che ci spettano.

Intanto lei ha preso uno dei più importanti tecnici italiani...

Mi rende felice e orgoglioso pensare di aver fatto qualcosa di buono nel corso della vita sportiva. Creando anche quella rete di rapporti che portano a risultati così e che tendono sempre a gratificare. Ritengo stima e riconoscenza due parole fondamentali.

Con Sacchetti a Cantù stiamo per scrivere una storia importante.

Importantissima e non solo perché attira attenzione e curiosità, ma perché dietro una grande carriera come la sua c’è anche una grande persona. E quando le due cose collimano, hai fatto bingo. E difficilmente si sbaglia.

Come ha fatto a convincerlo?

Cavalcando le sue motivazioni. Un po’ inusuali, se ci penso, per una figura importante dello sport come è lui. Più comprensibile e naturale se li avessimo offerto una serie A. Mi ha clamorosamente stupito in positivo.

C’è dell’altro?

C’è una cosa che costituisce una grande forma di orgoglio per me a livello personale e per la società.

E qual è?

Il fatto che Mea abbia deciso di sposare il nostro progetto e affidare a Cantù, intesa come squadra e come comunità, la sua rivincita. Questa sua motivazione va cavalcata, perché è anche la nostra. Da questo punto di vista è come se ce ne avesse trasferita una dose in più. È il feeling giusto per cominciare.

Quando ha cominciato a pensarci?

Eravamo consapevoli, visto l’esito, di dover fare qualcosa subito per dare un segnale forte.

E così si è proceduto...

Ma andava anche fatta una prima valutazione della stagione appena conclusa. Mi sento allora di ringraziare, a livello personale perché l’ha società l’ha già fatto pubblicamente, Marco Sodini. Al di là di quello che può sempre capitare nello sport, ho avuto il piacere di lavorare con lui e di rafforzare il pensiero che di lui avevo, e cioè che è una persona per bene.

È il primo a essere dispiaciuto per come è finita, quindi?

Tutto ciò, e mi riferisco alle nostre considerazioni su di lui, non deve essere confuso con le esigenze della società. E i rapporti non devono condizionare le valutazioni necessarie a fare delle scelte. Ho avuto il piacere di fare una lunga chiacchierata con Marco sabato scorso traendo la conferma delle sue qualità. Auguro a lui le migliori fortune, certo del fatto che poi toccherà al vissuto di ognuno a far capire, correggere e migliorare. Non essendo noi convinti di poterlo mettere nelle migliori condizioni per lavorare, forse è meglio che sia andata così.

Che tranvata è stata la mancata promozione?

Un sentimento mix tra dispiacere e delusione. Abbraccia un po’ tutta la comunità e può capirlo meglio chi conosce questa società e questa città. Con la consapevolezza, però, di chi ha affrontato un avversario rivelatosi oggettivamente più forte. È però sbagliato ricondurre tutto a un disastro epocale, perché non è così. La squadra è stata competitiva e ha lottato, superando anche momenti difficili e arrivando a 40 minuti dalla gioia più grande. E noi, di quei 40 minuti, dovremo ricordarci.

Lei non l’ha vissuta in prima persona e quindi non può giudicarla, ma è forse per questo che la piazza non ha avuto quella reazione di pancia che registrammo dopo la retrocessione?

Assolutamente sì, ne sono convinto. Ed è proprio per questo che abbiamo voluto fare una risposta veloce all’entusiasmo che ci ha accompagnati per tutta la stagione, che man mano è cresciuto esponenzialmente e che - specie in gara tre e quattro della finale - ha toccato l’apice, con punte che io penso non si siano viste nemmeno in altre piazze di serie A.

Una sorta di missione...

Un obbligo verso la nostra gente. Noi non dovevamo per alcun motivo disperdere quel fuoco. E, prima che quella fiamma si ridimensionasse, bisognava fare qualcosa. Per mantenerla alla sua normalità. Da lì si riparte e quanto prima possibile.

Che squadra sarà quella di Meo Sacchetti?

Visti i tempi molto stretti, è un discorso che è stato appena accennato. Tutto è successo in maniera veloce, spinto dalla motivazione sua e nostra. Adesso avremo tutto il tempo per fare i ragionamenti.

Partendo da?

Da un principio che riteniamo fondamentale. Che è chiaro che la squadra che ha perso gara cinque della finale promozione ha certamente delle qualità. Dimostrate anche nel corso della stagione. Per cui ci saranno da migliorare alcuni dettagli. Lo zoccolo degli italiani, ad esempio, dà affidamento e il discorso sulle scelte potrà essere affrontato fin da subito. Senza perdere tempo.

Non può dirci proprio niente?

Sì, una cosa sì.

Quale?

Che cambieremo sicuramente i due americani.

Anche per un riassetto tattico?

Non è escluso, ma è una valutazione che spetta all’allenatore. Noi saremo qui a ricevere le sue indicazioni. Di certo cambieremo i due americani: chi siano e in quale ruolo lo dirà Meo.

Che tipo di squadra avrà?

Ovviamente cercheremo in tutti i modi di soddisfare i canoni della sua pallacanestro. In fondo è il modo migliore per sfruttarne il potenziale. Ma, credetemi, è ancora presto: a lui abbiamo passato tutto il materiale per poter trarre le giuste conclusioni, e dovrà analizzarlo.

Sulle spalle dell’allenatore, quindi, in tutto e per tutto.

Non potrebbe essere altrimenti, tendendo conto anche di chi abbiamo di fronte. Senza avere l’ansia di dovere fare a tutti i costi subito, ci prenderemo i tempi necessari. Sicuri di una cosa di una cosa: faremo valere il meglio dei suoi valori. Serenità e convinzione, serenità e gioia di fare in campo quello che più piace. In pratica, i capisaldi del basket di Romeo Sacchetti.

I contratti in essere saranno una fardello?

E perché? I contratti ci sono e avranno un peso nelle valutazioni, ma Meo ha gli elementi per scegliere. Chiaro che, all’interno dei nostri meccanismi, cercheremo di dare un aggiustamento ulteriore per essere ancora più competitivi e nella certezza che avremo ancora grandi ambizioni.

Ritiene ci possa essere un pericolo di ambientamento iniziale, visti i palcoscenici battuti dal coach in questi ultimi anni?

Io credo, da sempre, che la pallacanestro sia una con, chiaramente, tutte le differenze a seconda del campionato a cui uno partecipa. Esiste poi una banca dati con milioni di informazioni su giocatori e altro. La differenza tra chi ha competenza e chi no, si giudica in momenti come questi, nei tempi in cui uno capisce dov’è e cosa deve fare. Sacchetti ha l’esperienza e le conoscenze del fuoriclasse, quindi il problema nemmeno si pone.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

{# #}