Verga: «La serie A, che gioia. Ma adesso dove giochiamo?»

Il presidente del Como Women neopromosso e l’annoso problema del campo di gioco per il palcoscenico maggiore

Verga: «La serie A, che gioia. Ma adesso dove giochiamo?»
Il presidente Stefano Verga in trionfo dopo la promozione
(Foto di Cusa)

Il Como Women è in serie A. Dopo tre anni non sempre facili, Stefano Verga è riuscito nel suo obiettivo, messo nel mirino quando (una volta lasciato il Como maschile) aveva rilevato la società in serie C. Il giorno dopo è quello del relax e dei dolci pensieri. Ma non sono solo rose e fiori. Anzi.

Presidente, come avete festeggiato?

Una cena al Delfino Blu, casa del calcio. Fino ben oltre la mezzanotte. Ma la festa più bella è stata quella al Sinigaglia. Ce l’ho ancora negli occhi.

Ci faccia una fotografia.

La gente, i cori, i fumogeni, gli amici, le lacrime delle giocatrici. Pensi che Zanetti, prima di andare a vedere Inter-Sampdoria è venuto a vedere il nostro primo tempo.

Chissà quanti whatsApp...

(scrolla il visorino) Guardi qui... I dirigenti del Brescia, l’ex capitano del Como Fietta, tanti amici del calcio ma non solo. Mi ha fatto piacere.

Va beh, domanda di rito: lei ci credeva anche a -8?

Certo! Che poi era -9. Ci credevo, perché ho messo assieme un gruppo, tra staff e giocatrici, di altissimo livello. Aver convinto Miro Keci a lasciare l’Inter per sposare questa causa, è stata una mossa clamorosa. E dall’altra parte, dico: se uno lascia l’Inter per sposare questa nuova avventura, è perché ci crede.

L’allenatore De La Fuente?

Bravissimo, super professionista, con il suo 3-4-1-2. Ma tutti bravi, i tecnici, i preparatori, tutto lo staff. Un gruppo clamoroso. E poi loro, le ragazze: l’inglese Lipman che giocava nel Manchester City mi guardava e diceva: mai visto un gruppo così. Questa è Como.

Qual è stata la svolta?

Abbiamo patito una brutta sconfitta con il Brescia: noi palo al 93’, loro gol al 94’. Certe cose possono abbatterti. Ma se non ti abbattono, ti rendono più forte. Erano arrivate tre sconfitte di fila, e mi ricordo una riunione con tutti: Abbiamo una sola possibilità di andare in A, se vinciamo le ultime dieci partite. E così è stato.

Perché quella convinzione?

Perché con dieci vittorie saremmo saliti a 60 punti, l’anno prima la Lazio andò in A a 53, fate i conti voi...

La partita più bella?

Quella dopo quella riunione: a Chievo vincemmo 5-0, li capiì che c’era tutto per crederci.

Veniamo alle note amare.

Il campo?

Già.

Non mi ci faccia pensare. Ragazzi, siamo senza campo dove giocare. Cosa facciamo? Boh, non lo so.

Viene in mente il Sinigaglia...

Anche a me. Sarebbe la soluzione più logica. Poi scudate, eh... In serie A ci sono solo dieci squadre, giocheremo contro le società che sono presenti nella A maschile, l’Inter, la Juve, il Milan, la Roma... Siamo l’unica squadra non affiliata a una grossa società. Una storia sportiva bellissima.Possibile che, come squadra di Como, non possiamo giocare al Sinigaglia?

Già, perché?

L’accordo che il Comune ha siglato con il Como per me è folle: può gestire otto eventi, basta che non siano partite di calcio... Peccato che sia un campo di calcio. Non so...

Adesso arrivano le elezioni.

Spero che si possa trovare una soluzione. Del resto le nuove regole le hanno stabilite poco tempo fa. Non facciamo il trofeo della salamella. L’anno prossimo arrivano le grosse società, giocatrici come Sara Gama o Bonansea che hanno un grande seguito di followers, la diretta di Sky. Mi sembra anche una bella vetrina per la città. Ho sentito che si tratta sui 99 anni di concessione al Como, se si trova un accordo si trova anche il modo di far giocare una squadra che si chiama Como e che ha conquistato la serie A, nello stadio cittadino. Anche perché...

Anche perché?

Anche perché avete visto domenica, le nostre partite non sono invasive. Non ci sono chiusure stradali, zone off limits, non c’è pericolo di violenza, tutti insieme appassionatamente. Io aprirei solo la tribuna, che basta e avanza. E sono sicuro di riempirla. Il calcio femminile sta scrivendo una nuova pagina di cultura sportiva a livello nazionale. Sono andato a vedere una partita della Juve e c’erano 30mila spettatori. A Roma c’erano seimila tifosi che cantavano l’inno di Venditti. Non è più la serie A di dieci anni fa. E’ tutto un altro mondo. Non riesco a immaginare Como-Juve in un altro posto.

Ludi le ha fatto i complimenti?

Sì, è arrivato apposta a fine partita. I rapporti sono buoni. Spero si trovi una soluzione. Capisco che non siamo lo stesso brand, non sono mica fesso. Ma resto convinto che una strada si possa trovare. I soldi per l’affitto ce li abbiamo.

Se no?

Boh. Devo cercare un altro impianto, ma non è facile: deve avere una capienza di 2000 persone, illuminazione che consenta le dirette tv in notturna... Mi spiacerebbe andare in un’altra città, perché Como avrebbe visibilità. Fossi cinico direi: vendo i diritti. Valgono un sacco di soldi. Ma ho costruito la A in mezzo a tante difficoltà, vorrei godermela.

Con che obiettivi? Salvezza?

Non solo. Vorremmo anche stupire. Magari un giorno, chissà, essere l’Atalanta del calcio femminile.

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