Gandler: «Como nel cuore
Tornerò qui da tifoso»

L’ex Ceo è il protagonista della serie tv The American

Gandler: «Como nel cuore Tornerò qui da tifoso»
Michael Gandler
(Foto di Cusa)

Lunedì è uscito su Dazn il documentario sul Como realizzato dalla Sent. Un documentario di tre puntate da 25’ l’una, dove si racconta l’approdo della nuova società indonesiana sul pianeta azzurro. I progetti, l’avvio della storia che ha portato (sinora) il Como in B. Il titolo è sintomatico: The american.

Perché il documentario è sul Como, ma anche molto sul manager americano Michael Gandler, che era stato incaricato dalla proprietà di mettere le basi per il progetto, avviare la squadra, allacciare rapporti con il territorio. Gandler se ne è andato lo scorso febbraio, spostato dalla società proprietaria del Como ad altri incarichi, nel quadro dell’enterteinment. Molti avevano sospettato una guerra tra la visione sua, e quella di Dennis Wise, che poi lo ha sostituito.

Ma nulla di tutto questo traspare dalle parole di Gandler, che ha parlato per la prima volta da quando è andato via, con parole al miele per tutti, squadra, tifosi, persino Comune, con un pizzico di orgoglio per quanto fatto nei suoi 22 mesi in azzurro. Nel documentario si vedono i momenti difficili del passaggio dalla società di Nicastro, i problemi strutturali del Sinigaglia, il parere dei tifosi, le scene dagli spogliatoi, le urla di Banchini e Ludi, la vicenda umana di H’Maidat... Ma il vero protagonista è lui. Addirittura una specie di narratore.

Mr Gandler, il documentario è sul Como, ma i titolo è The American.

Sì, divertente. Il racconto di quanto abbiamo fatto in quei mesi di approccio, per certi versi i più duri.

Come è stata la sua avventura a Como?

Indimenticabile. Me la porto dietro come un ricordo davvero entusiasmante. Il progetto era intrigante, la location splendida, e i risultati pian piano hanno cominciato a venir fuori.

Per esempio?

Per me il risultato più bello da vedere giorno per giorno era la crescita della fiducia della gente. Siamo arrivati in un clima generale di sfiducia, frutto di quello che era successo negli anni precedenti.

La fuga della signora Essien.

Eravamo un’altra proprietà straniera, era normale che venissimo percepiti con un pizzico di diffidenza. E poi io non sono certo il tipo che fa propaganda, parlo poco con la stampa, preferisco far parlare i fatti e non le parole.

Poi?

Poi gli sguardi di diffidenza, sono diventati dialoghi, sorrisi, pacche sulle spalle. Questo è stato un aspetto molto bello. Io ho lavorato in una grande società come l’Inter, ma lì è tutto diverso, il contatto con i tifosi non è così diretto. Qui invece esci a mangiare e te li trovi lì, dialoghi, tasti l’umore. È stato bello.

Come mai se ne è andato?

La pandemia ha spinto la proprietà a rivedere alcuni progetti e a fare degli spostamenti interni. Così sono passato al settore dell’enterteinment e delle produzioni e dei contenuti video. Faccio base a Milano, ma ho ripreso a viaggiare molto.

Dopo 22 mesi di lavoro, le chiediamo di nuovo perché una società indonesiana compra una società di calcio come il Como...

Lo spiego bene anche nel documentario. Ci sono una serie di elementi che hanno reso Como e il Como la situazione ideale. Como è un posto fantastico dove si può pensare di portare la squadra al livello delle bellezze della città. Un posto sotto gli occhi di tutti, dove nulla che accade passa inosservato. Come dico nel documentario, l’attenzione è presa dalle bellezze naturali e artistiche, dalle ville, non dalle brutture o dallo stadio rimasto un po’ indietro. Si tratta di allineare le cose.

A proposito di stadio: la strada del progettone, quella a cui lei teneva tanto, sembra essere stata un po’ ridimensionata.

La pandemia ha cambiato gli orizzonti. È giusto che su questo tema si sia tornati, almeno per adesso, a una visione più pragmatica e più in linea con le esigenze sportive. Per quello che poi vorranno fare, bisogna chiedere a chi si occupa del Como oggi.

Però lei ha aperto una strada.

Beh, un po’ sì. Al di là del reciproco gioco delle parti, di alcuni momenti non facili, che si vedono bene anche nel documentario, di strutture dove si scoprivano pecche e incuria, secondo me il rapporto con il Comune di Como è migliorato molto, c’è stato un atteggiamento di disponibilità che forse ha aperto una nuova strada che adesso potrà essere affinata da chi lavora nel Como. Ma anche sotto quell’aspetto abbiamo fatto passi avanti.

Sa che hanno aggiustato le tapparelle?

Ah Ah (ride,ndr), ho visto sui social. Una vittoria!

Le manca Como?

Un po’ sì, ma tornerò da tifoso, in B.

I tifosi l’avrebbero vista volentieri alla festa della promozione. Pensano che il merito sia anche un po’ suo.

Davvero? Mi fa piacere. Il mio merito è stato cercare di far capire che il progetto Como è una cosa seria.

La società per quanto resterà?

Non c’è mai stato un limite temporale. Non se ne è parlato

Dunque vuol dire a lungo?

Credo di poter dire di sì...

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