«Che forti le Rane Rosa I miei meriti? Nessuno»
Predrag Zimonjic in panchina con le Rane Rosa (Foto by Cusa)

«Che forti le Rane Rosa
I miei meriti? Nessuno»

Il parere di Zimonjic, allenatore della Como Nuoto Recoaro maschile, al fianco di Pozzi nelle gare che sono valse la promozione in A1

Quella di Predrag Zimonjic e le Rane Rosa è una storia bellissima. Tutta da raccontare. Il coach della prima squadra maschile della Como Nuoto Recoaro, infatti, s’è trovato protagonista a bordo piscina al fianco del capo allenatore Stefano Pozzi in gara due e tre della finale (vinta) per la promozione in A1 femminile.

Come mai, “Pele”, era lì?

Facile. Con il dirigente Martino Romanò squalificato, Tete (Pozzi, ndr) mi ha chiamato dicendo che la volontà sua e delle ragazze era quella di avermi al loro fianco per questo decisivo frangente di stagione.

E non se l’è fatto ripetere due volte...

Macché. Non che fossi un profondo conoscitore delle cose femminili, ma visto il rapporto di grande collaborazione con Tete stesso e le partite che ero riuscito a seguire in streaming, ci sono andato con grande entusiasmo e in pieno spirito di collaborazione.

E ha vinto.

Un attimo. Hanno vinto loro. Coach, ragazze, staff e società. E io sono felice, anzi molto felice, per il traguardo raggiunto. Un obiettivo che la squadra e il tecnico inseguivano da anni, così come Tino (Romanò, ndr) e il club. È stato bellissimo ed entusiasmante, anche alla luce questo periodo molto particolare.

Ma non si intesta alcun merito?

Quello di aver portato buona sorte. Il percorso è il loro e sono state bravissime a vincere meritando di essere la squadra migliore, con più grinta e determinazione. Anche in questa finale.

Eppure, dallo spogliatoio, qualcuno sussurra che qualche suo buon consiglio sia arrivato...

Io e Tete abbiamo sempre collaborato, anche in precedenza. Lui è il capo allenatore, io gli ho fatto da assistente e basta. Se poi è accaduto che in qualche piccola, ma davvero piccola, cosa ci sia stata anche la mia partecipazione, penso che sia nella logica degli eventi.

Dicono che non abbia, scaramanticamente, portato il cambio nel giorno dello spareggio. È vero?

A Napoli l’avevo, anche perché il viaggio era lungo e io ho cominciato presto il mattino. Ma non è servito. Poi, lo confesso, per la domenica qualche dubbio mi è venuto, allora ho cambiato, Non che creda alla scaramanzia, ma agli sportivi spesso accade. Diciamo che ho preferito adeguarmi. Ma questa delle Rane Rosa è stata una finale troppo bella, quindi al caso non ho creduto. È una vittoria figlia di giorni, settimane, mesi e anche anni di lavoro. Brave loro.

Che ambiente ha trovato?

Molto sereno. Ottimo dal punto di vista della partecipazione. Le ragazze hanno carattere, sono molto convinte e sono state sempre decise nell’arrivare all’obiettivo. Sentivano, finalmente, di avere a portata di mano il sogno di una vita. Mi sono piaciuti molto anche l’atteggiamento e l’incoraggiamento di chi non è entrata.

Pare, da fuori, che ormai sia entrato lei, invece, a pieno regime nell’universo Como Nuoto...

Ce l’ho un po’ come carattere e molto come educazione quello di dare sempre il massimo. Mi è successo anche in carriera, con gli anni al Partizan Belgrado dall’87 al 94, i 4 a Roma, gli 11 all’Ortigia e via così. In qualsiasi società sia andato, ci sono sempre rimasto del tempo. Qui aiuta il fatto che con la società ci si capisca e ci sia feeling, quindi anche i feedback che ricevo mi danno carica.

Che anno è stato, il suo?

Troppo semplice dire positivo per quello che abbiamo ottenuto sul campo. A me non piace dire “ci siamo salvati” o “abbiamo ottenuto la salvezza”. Noi abbiamo centrato il nostro obiettivo. E non è stato facile e scontato.

Perché?

Perché sono stati due anni travagliati e complessi, e non solo per via del Covid. Partendo dalla logistica, ovviamente. Nessuno meglio di voi di Como può capire la difficoltà di avere una piscina e non poterla usare. Pensate me... Sappiamo solo noi quel che abbiamo passato, e per noi intendo tutti, dalla dirigenza ai ragazzini. Siamo stati bravi e relisienti. E non abbiamo mai mollato.

Ora comincia l’Olimpiade. Che per lei è?

È il ricordo del 1992, quando a tre giorni dalla partenza la sanzione delle Nazioni Unite ci fermò per la guerra. Ma è anche il ’96 ad Atlanta e il bronzo del 2000 a Sidney. Dieci dei miei 12 anni in Nazionale. Siamo la Serbia, la squadra che ha vinto tutto, e anche stavolta si va per vincere.


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