«Io, il giustiziere di Cantù»  Capone, 25 anni dopo
Un flash sulla “bella” di finale per salire in A1 al Palalido tra Blu Club Milano e Polti Cantù (Foto by foto Diemme)

«Io, il giustiziere di Cantù»

Capone, 25 anni dopo

Il 27 maggio del 1995 la Polti perse con Arese lo spareggio per tornare in A1: a decidere sulla sirena il giocatore ora 55enne. «Volevo fosse mia la giocata della finale, ma anche se da 8 metri non l’ho mai considerato il tiro della disperazione».

È il 27 maggio del 1995 e la Polti Cantù - ospite della Blu Club Milano (che altro non è che Arese, o Aresium come da denominazione ufficiale) - gioca al Palalido gara-5 (la cosiddetta “bella”) della finale promozione di A2 per tornare in serie A.

A una manciata di secondi dalla fine, Arese conduce di 2 lunghezze e ha a disposizione un paio di liberi con Aldi. Quest’ultimo ne trasforma soltanto uno, Cantù va dall’altra parte e Rossini in transizione infila la tripla della parità a 4” dalla sirena. Rimessa Blu Club, la palla finisce nelle mani di Capone che supera la metà campo, dà un’occhiata al tabellone, si arresta e tira da otto metri. Canestro. Arese vince per 61-58 e vola in A1.

Venticinque anni dopo, abbiamo rintracciato l’eroe di quella serata. Vive a Chieti, ha 55 anni, presta servizio per un corriere espresso e dà una mano al settore giovanile di un club cestistico locale. In precedenza, un quindicennio in A1 e A2 tra il 1985 e il 2001.

«Diciamo la verità, non ce l’aspettavamo che a segnare da tre per loro fosse proprio Rossini (in effetti, fin lì il “Lupo” aveva uno 0/3..., ndr) - confida Capone -. Ma quando Aldi è andato a incaricarsi della rimessa dal fondo, quel pallone l’ho voluto io a tutti i costi. Dentro di me avevo già deciso cosa fare: volevo fosse mia la giocata della finale. Ho varcato la metà campo, sono andato dal lato di Fox che stava prendendo posizione in post basso, ho incrociato il palleggio e nonostante la forte pressione di Buratti mi sono fermato prendendomi il tiro. Da otto metri, sì, ma la conclusione era pulita. Ovvio, serve anche fortuna, ma quello non l’ho mai considerato il classico tiro della disperazione». Parola del giustiziere di Cantù.

All’argomento la Provincia di domenica dedica un’intera pagina


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